Di sacro non è rimasto più nulla, nemmeno il calcio. Da religione dei popoli a quella dei ricchi e/o prepotenti: è successo senza che neanche ce ne accorgessimo. Una Supercoppa là dove gira il cash, un’altra ancora là dove ce n’è anche di più: un pezzetto alla volta.
Fino a che la figura del puzzle in costruzione non ci è apparsa nitida al Mondiale Usa. Squadre partecipanti al raddoppio come cadeau a quelle federazioni tanto improbabili quanto decisive per il sostegno dei disegni Fifa.
Pause pubblicitarie mascherate da pause ristoro per i giocatori, l’intervallo della finale durato circa mezz’ora, l’Iran presente, ma sgradito e svilito, squalifiche cancellate da una manina ubbidiente, arbitri somali respinti, biglietti per la finale venuti via a 66.000 dollari. Un quadro avvilente, ma che rappresenta il nuovo (dis)ordine mondiale: il calcio ci si è specchiato.
E a pensarci anche il fatto che abbia trionfato la Spagna e che tra le migliori quattro siano arrivate Francia e Inghilterra è una rappresentazione plastica dello stato delle cose: è la vecchia eppur fiera Europa che con le armi che può e che ha – storia, cultura e quindi anticorpi – nel calcio come nella sua esistenza, si sforza di resistere ed esistere.




