Bitcoin, la rivoluzione fallita: da moneta libera ad asset finanziario

Ottobre 2025: valore di bitcoin a oltre 125.000 dollari. Febbario 2026: valore di bitcoin a 69.000 dollari (dato di ieri mattina). In questi numeri si legge chiaramente la forte crisi che la più nota e diffusa criptovaluta sta vivendo negli ultimi mesi, una crisi non solo strettamente economica – pur mantenendo una capitalizzazione di circa 1,4 trilioni di dollari – ma anche strutturale.
Tanti dei suoi grandi sostenitori, anche alcuni dei «massimalisti» sostenitori dell’«hodl» (il tenere a tutti i costi la valuta nel portafoglio), stanno infatti affrontando quella che pare essere una realtà: la rivoluzione di Bitcoin (con la B maiuscola) sembra essere fallita. Nata con l’intento di creare un sistema decentralizzato e condiviso, la moneta virtuale di Satoshi Nakamoto è andata via via sempre più ricalcando tutti i sistemi transazionali globali. Lo si denota dalle sue oscillazioni.
Se infatti la volatilità è sempre stata un tratto caratteristico di bitcoin, ora i grandi picchi, verso l’alto e verso il basso, paiono dettati dalle medesime cause che influenzano i mercati finanziari: fattori geopolitici, decisioni come l’elezione del nuovo presidente della Fed statunitense, boom o flop dei conti di grandi aziende del mondo tech. Bitcoin si è infatti in parte istituzionalizzato, anche sotto la spinta degli investimenti fatti dai principali player bancari globali, e da misteriosa e disruptive fiamma del cambiamento si è fatto caldo focolare del turbocapitalismo contemporaneo.
Ecco quindi che all’investitore comune si pone ora quasi come un qualsiasi strumento finanziario sul quale dirottare parte delle proprie risorse. Anche perché ad essere fallita non è l’idea stessa delle monete virtuali, vedasi stablecoin e il possibile avvento dell’euro digitale, ma ciò che dietro bitcoin si celava: il progetto di un mondo economico e finanziario nuovo, meno controllato e più in mano alle persone.
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