Ci sono avvenimenti che nel mondo economico hanno un significato che va oltre il mero dato economico. L’Ipo per la quotazione sul Nasdaq dell’unicorno italiano Bending Spoons, che mira a raccogliere fino a 1,8 miliardi di dollari dal mercato (tra 26 dollari e 28 dollari per azione), ha infatti gettato nuova luce sul sistema dell’innovazione italiano.
Di base la fu startup – è stata fondata nel 2013 – acquista partecipazioni in società digitali e tecnologiche, le ristruttura e le rilancia sul mercato mantenendo queste realtà nel proprio perimetro di gruppo. Si potrebbe tranquillamente dire che opera come una realtà di private equity, con metodi che negli anni hanno fatto storcere il naso a diverse persone: tagli di personale più o meno drastici nelle società acquisite, debito alto funzionale a finanziare gli acquisti, infine la Ipo a Wall Street e non a Piazza Affari.
È evidente però come, anche a fronte di leciti dubbi o sensate sensibilità economiche, Bending Spoons rappresenti per il tradizionale ecosistema produttivo italiano un elemento nuovo, qualcosa che non c’è mai stato e che tuttora si fatica a comprendere. Innovare significa proprio questo: fare qualcosa che ai più sembra assurdo, operando anche con metodi non propriamente ortodossi. Ecco perché la sua Ipo, al di là dei puri risvolti finanziari, è per l’Italia una buona notizia, segno che anche dal nostro Paese possono arrivare esperienze di business redditizie (la creatura di Luca Ferrari vale circa 11 miliardi di euro) e contemporaneamente rivoluzionarie.
Di storie simili ce ne sono altre ovviamente (Scalapay, Reply, Satispay e Technoprobe solo per citarne alcune). Altre ma non tante. Quindi ben venga la quotazione, per scrollarci di dosso anche solo in piccola parte quel trito ritornello del «piccolo è bello», una sindrome tutta italiana.



