Economia

Le Pmi bresciane crescono anche nell’incertezza e col timore dei rincari

Secondo lo studio di Confapi, nel secondo trimestre dell’anno la maggioranza delle aziende esaminate ha aumentato produzione e ordini. «Attenzione però al gas»
Gran parte delle Pmi esaminate da Confapi Brescia manterrà l'attuale forza lavoro
Gran parte delle Pmi esaminate da Confapi Brescia manterrà l'attuale forza lavoro

«I dati del secondo trimestre sono migliori delle attese e rappresentano un segnale certamente positivo, soprattutto dopo un avvio d’anno debole». I risultati dell’ultima analisi realizzata dal Centro studi di Confapi Brescia su a un campione di circa 100 imprese associate, in prevalenza metalmeccaniche, esaltano alcune virtù (leggi anche flessibilità, tenuta, qualità del lavoro) del nostro sistema produttivo. Il presidente Pierluigi Cordua non può che esserne compiaciuto.

Nel secondo trimestre dell’anno «La crescita di fatturato, produzione e ordinativi dimostra la capacità di reazione del nostro sistema industriale – conviene l’imprenditore bresciano –. È, tuttavia, necessario mantenere un atteggiamento prudente: la ripresa non è ancora consolidata e il recente inasprimento del conflitto in Medio Oriente rischia di produrre nuove conseguenze sulle rotte del commercio internazionale, sulla disponibilità delle materie prime e sui relativi prezzi». Lo spettro dell’inflazione, dopotutto, si aggira anche per l’Europa.

Il presidente di Confapi Brescia, Pierluigi Cordua
Il presidente di Confapi Brescia, Pierluigi Cordua

Sotto la lente

Secondo lo studio di Confapi, nel secondo trimestre dell’anno si registra «un quadro congiunturale in miglioramento per le Pmi bresciane, con segnali positivi soprattutto sul fronte di fatturato, produzione e ordinativi». Tradotto in numeri: il 51% delle aziende intervistate ammette una crescita, contro il 31% dei primi tre mesi dell’anno. Si riduce in modo netto (da 39% a 23%) la quota di aziende che registra una contrazione della sua attività. Sempre il 51% delle imprese esaminate dichiara un aumento della produzione, contro il 26% del trimestre precedente, mentre scendono dal 35% al 22% quelle che segnalano una riduzione. Migliora anche il quadro degli ordini: le Pmi bresciane che riportano una crescita delle commesse salgono dal 33% al 49%, mentre passano dal 41% al 22% quelle che registrano dei cali.

L’analisi del grado di utilizzo degli impianti evidenzia infine una situazione più netta. Cresce il numero di imprese che lavora a livelli elevati di capacità, con oltre un terzo del campione che utilizza gli impianti per più dell’85%. Allo stesso tempo, tuttavia, il 37% delle aziende opera al di sotto del 70% della capacità produttiva e circa una su sette si trova sotto la soglia del 50%.

Lo spettro

Sulle imprese pende ancora, tuttavia, la spada di Damocle relativa ai rincari degli approvvigionamenti e dei costi operativi. «Se nel primo trimestre la principale criticità era connessa all’energia, nel secondo il quadro cambia - evidenziano dall’associazione cittadina -. I costi energetici risultano stabili per la gran parte delle imprese. Si intensifica invece la pressione sulle materie prime: il 55% segnala un incremento dei costi e, soprattutto, cresce in modo significativo la quota di aumenti marcati». Come ad esempio quelli legati al petrolio e al gas.

Oltre la metà delle Pmi analizzate da Confapi Brescia registra un aumento della produzione
Oltre la metà delle Pmi analizzate da Confapi Brescia registra un aumento della produzione

Lo scenario

«Le recenti impennate del petrolio confermano quanto rapidamente le tensioni geopolitiche possano trasferirsi sui costi industriali – osserva Cordua –. Particolare attenzione deve essere riservata al gas, considerato il peso strategico dell’area del Golfo negli approvvigionamenti mondiali e il ruolo che continua ad avere nella formazione del prezzo dell’energia in Italia. Per molte imprese industriali, soprattutto all’interno di filiere complesse, trasferire integralmente gli aumenti sui prezzi finali non è semplice: ogni nuova fiammata dei costi rischia quindi di comprimere i margini e rallentare gli investimenti».

Non solo. «Il problema del costo dell’energia nel nostro Paese resta strutturale e continua a penalizzare la competitività dell’industria italiana rispetto ai concorrenti europei e internazionali – sottolinea Cordua –. Il legame tra prezzo dell’elettricità e quotazioni del gas è una criticità nota da anni, ma non ancora risolta. Servono interventi capaci di ridurre stabilmente il differenziale energetico, sostenere gli investimenti e proteggere il sistema produttivo dagli shock internazionali».

Sul fronte dell’occupazione prevale ancora la stabilità (il 74% delle imprese mantiene invariati gli organici), mentre resta sostanzialmente stabile anche il quadro relativo agli investimenti, con timori anche legati all’aumento del costo del denaro. 

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