«Impegno, un po’ di fortuna e voglia di mettersi in gioco»: questa la strada per ottenere risultati. Lo racconta Paola Rebusco, salodiana, docente universitaria bresciana 45enne, che lavora negli Stati Uniti e – dopo aver studiato e lavorato a Monaco di Baviera – oggi vive a Boston dove, dopo anni di ricerca, insegna al Massachusetts Institute of Technology (Mit), culla mondiale della scienza. La strada percorsa? Dalle scuole elementari Teresio Olivelli, alle medie D’Annunzio, al Liceo Fermi, tutti a Salò, fino ad arrivare alla prestigiosa Università di Trieste. Dopo la laurea in fisica teorica, consegue il dottorato al Max Planck Institute, principale istituzione tedesca nel campo della ricerca di base che in Germania aggrega oltre 80 centri di ricerca; infine il balzo negli Stati Uniti al Mit di Cambridge (Massachusetts), dove tuttora vive.
A Trieste Paola Rebusco aveva iniziato a lavorare sulla teoria dei dischi di accrescimento intorno a oggetti compatti («buchi neri e stelle di neutroni», ci aiuta a capire Rebusco, senza la cui chiarezza, frutto dell’esperienza didattica, questo articolo non sarebbe mai uscito). I buchi neri sono corpi celesti con una forza di gravità così forte da cui nulla può uscire, nemmeno la luce e allora perché non andare a vedere cosa c’è intorno?

«I dischi di accrescimento – spiega Paola – sono dei dischi di plasma (gas ionizzato) che i buchi neri "rubano" dalle loro stelle compagne; il plasma spiraleggia verso il buco centrale e forma appunto un disco, come un Cd (o una pizza) di gas. Studiando la radiazione emessa dai dischi di accrescimento gli astrofisici imparano così qualcosa sul buco nero al centro».
La prima parte del curriculum della ricercatrice e docente salodiana è questa, costellata da decine di articoli sui buchi neri pubblicati su riviste scientifiche internazionali. Seguirà un dottorato in astronomia in Germania alla Ludwig-Maximilians-Universität e congiunto al Max Planck Institute for Astrophysics di Garching nel 2007. In Germania aggiungerà al curriculum anche una internship in scrittura e giornalismo scientifico all’Eso, l’Osservatorio europeo australe, organizzazione astronomica internazionale, di cui fanno parte sedici nazioni.
Creato nel 1962, l’Eso fornisce agli astronomi strumenti all’avanguardia per l’accesso al cielo australe. Dopo aver attraversato l’oceano, Paola diventerà rappresentante per i media dell’Eso nel Nord America. Nel corso del dottorato, l’astrofisica salodiana ha iniziato a interessarsi anche agli agglomerati di galassie, le strutture cosmiche più grandi all’Universo tenute insieme dalla forza di gravità. Gli agglomerati di galassie sono composti da centinaia o migliaia di galassie, plasma, materia oscura e buchi neri. Dalle osservazioni della luce a diverse lunghezze di onda (diversi «colori», soprattutto non visibili), Paola ha studiato l’interazione di buchi neri supermassicci (milioni di volte più grandi del sole) con l’ambiente circostante.
Dottoressa Rebusco, come si arriva al Mit?
«Una combinazione di impegno, fortuna e voglia di mettersi in gioco. Il professore Marek Abramowicz, con cui mi ero laureata a Trieste e mio “mentore scientifico”, mi aveva candidata per la Pappalardo Fellowship. Mi hanno chiamata per il colloquio in presenza con una decina di professori, tra cui un paio di premi Nobel. Professori in possesso di un livello scientifico straordinario, ma allo stesso tempo anche di una semplicità che portava alcuni di loro a far giocare Balù, il mio cane, in corridoio!»
Insomma, niente etichetta, niente sofisticati dress code, solo l’autorevolezza espressa dalla storia professionale di ciascun esaminatore e dalle risposte del candidato.
«Quando sono andata al colloquio non avevo particolari aspettative. Ho fatto la mia presentazione alla lavagna, ero meno stressata di altri e penso che la mia serenità interiore mi abbia aiutata. Quando mi è stato offerto il posto, prima di accettare, mi sono assicurata di poter portare anche il mio border collie Balù in ufficio, visto che era già abituato a «partecipare» alla ricerca al Max Planck».
Come sono visti gli italiani?
«In accademia sempre apprezzati. Siamo una comunità molto ampia e le collaborazioni con università italiane sono ben viste».
E suo marito di cosa si occupa?
«Anche lui è un astrofisico: è ricercatore all’Harvard-Smitshonian Center for Astrophysics, sempre a Cambridge, ma dall’altra parte della città rispetto al Mit. Lavora sul vento solare».
E il passaggio dalla ricerca alla didattica?
«Mi sono accorta che mi piace moltissimo insegnare (Paola è figlia di un ingegnere meccanico che è lieto di vedere ancora in uso, fra le sue realizzazioni, il primo modulo di ricerca in Antartide, e di una insegnante di Lettere e antropologa, ndr). Avevo grandi soddisfazioni dalla ricerca pura, ma mi sentivo giunta ad una fase di «saturazione» di significato: i buchi neri erano troppo lontani e studiandoli non avevo un impatto su scala temporale umana. Sono senior lecturer, una posizione di docente universitario che non esiste in Italia. Dal 2011 lavoro nell’Experimental Study Group, la comunità di apprendimento più «vecchia» del Mit (esiste dal 1969). Quando si studiano i dischi dei buchi neri, lo scopo è capire l’universo, ma non c’è un’applicazione pratica a breve. Mi dedicavo così alla fisica teorica su una scala temporale molto ampia, ma avevo bisogno di vedere risultati nella vita di tutti i giorni. Per me ora è una grande soddisfazione quando sento i miei ragazzi che mi raccontano i loro contributi nella ricerca o nell’industria nei campi più disparati, non solo legati allo spazio, ma a biomedicina, informatica, sfide energetiche, e a molto altro».
A conferma dei traguardi significativi raggiunti da Paola Rebusco, la sua città natale l’ha insignita del premio Gasparo da Salò, riconoscimento che tra l’altro sarà assegnato due anni dopo anche allo zio di Paola, Angiolino Aime, scultore salodiano e appassionato educatore (e, «per diletto, illusionista»).
Al di là dei risultati accademici, lei ha pur sempre una vita normale.
«La nostra famiglia vive a Cambridge, ci piace andare al lavoro in bicicletta. Il sabato e la domenica frequentiamo i parchi della città con amici, colleghi e le loro famiglie. Il sabato pomeriggio andiamo al Mit a quello che chiamiamo "The Saturday Thing" incontro organizzato da Ed Moriarty, un collega amico, in uno spazio maker. Chiunque si presenti con un progetto o un’idea o un problema è benvenuto e ci si aiuta a vicenda nello sviluppo o nella soluzione».
Scordiamoci quindi lo scienziato silenzioso, isolato, chino solo sui libri, solipsista, insomma il Doc Brown di «Ritorno al futuro», lo stravagante inventore della macchina del tempo. Paola è una persona solare, ha una famiglia normalissima, un marito anch’egli astrofisico e due figli, Giulia e Giorgio, gioiosi, invidiabilmente trilingue e ancor più invidiabilmente senza cellulare.



