Proviamo un piccolo esperimento: chiedete a chiunque quale sia il Paese più industrializzato d'Europa. Quasi certamente risponderà «la Germania». Pochi penseranno all'Italia, eppure siamo secondi nel continente per peso manifatturiero e sediamo al G7 tra le economie più industrializzate al mondo. Siamo un Paese fortemente industriale che fatica a riconoscersi tale, e raramente collega il proprio benessere alle aziende che lo producono. Non è un’impressione: lo conferma la «dissonanza cognitiva» descritta dal Monitor sul Lavoro (Mol), di Community Research & Analysis per Federmeccanica.
L’industria è riconosciuta come «centrale per lo sviluppo» del Paese, ma resta «marginale nell’immaginario collettivo»: sul peso industriale dei Paesi europei, gli italiani indicano prima la Germania (66,4%), poi Francia e Gran Bretagna, l’Italia arriva solo quarta (12,4%). E tra i settori trainanti mettono in testa il turismo (27,7%), davanti a industria (17,4%) e commercio (15,4%). Eppure il solo comparto metalmeccanico genera circa l’8% del Pil, il 50% dell’export e oltre un milione e mezzo di occupati.
L’immagine della fabbrica
Il problema non è solo di percezione, ma di conoscenza diretta. Nella testa di molti la fabbrica è rimasta al Novecento: catena di montaggio, tute blu, lavoro ripetitivo. Un’immagine da manuale di storia e non da attualità. Non stupisce che il lavoro in fabbrica fatichi ad attrarre i giovani.
Ma la questione va oltre l’industria: per le nuove generazioni il lavoro ha perso centralità nella costruzione dell’identità ed il prestigio che un tempo accompagnava l’ingresso in fabbrica non basta più. C’è poi la percezione, spesso sbagliata, che le fabbriche offrano poche prospettive di carriera ai giovani, quasi fossero un punto d’arrivo e non di partenza.
Brescia
Brescia dovrebbe essere l’eccezione che conferma la regola: provincia dalle radici manifatturiere solidissime, settima in Italia per export industriale, quasi 20 miliardi di euro nel 2023 secondo il Centro Studi di Confindustria Brescia, terza per saldo commerciale dopo Vicenza e Modena. Eppure anche qui il trend nazionale si sente, e molte imprese faticano a intercettare i talenti di cui avrebbero bisogno. Forse un pezzo di responsabilità è delle stesse industrie, che nel tempo si sono isolate dal territorio, perdendo il contatto con scuole, famiglie, comunità locali.
Le fabbriche devono aprire davvero le porte alle scuole, mostrare cosa sono diventate: robotica, digitale e sostenibilità. Servono percorsi di carriera leggibili e progetti che intreccino l’impresa con il territorio. Solo così l'industria può tornare a essere un luogo desiderabile, prima ancora che indispensabile.



