Ora è legge: l’Imu sulle Rsa non si potrà incassare

I Comuni che avevano già indossato i panni degli esattori si dovranno adeguare. Perché no, l’Imu sulle Rsa non si potrà incassare. Il niet vale per tutte le strutture «accreditate e contrattualizzate convenzionate con lo Stato, le Regioni e gli enti locali». E stavolta, a chiarirlo in modo cristallino è la legge di Bilancio 2026, che non solo conferma l’esenzione dall’imposta, ma che – su richiesta di Uneba – esplicita anche le caratteristiche dei servizi e delle attività che devono essere messe al riparo dal versamento.
Le interpretazioni
Non era scontato. Negli ultimi mesi, complice una stagione di finanza pubblica sempre più avara di margini, in diversi municipi (nel Bresciano, una spicciolata di giorni fa, è finito sulle cronache il caso di Ghedi) si era fatta strada l’idea nata da un’interpretazione restrittiva della norma: bussare alla cassa anche dove si fa assistenza, anche dove il bilancio non è un affare ma un equilibrio fragile tra bisogni crescenti e risorse che non bastano mai.
È lì che si è aperto il contenzioso. Non nelle aule dei tribunali, ma nelle pieghe delle norme, interpretate (o «stirate») per ricondurre all’Imu immobili che ospitano Rsa, comunità per persone con disabilità, servizi per minori in difficoltà. Tutto formalmente in ordine, tutto apparentemente legittimo. Peccato che il cuore di quelle attività batta fuori dal perimetro del mercato. La Manovra 2026 interviene proprio su questo punto cieco. E lo fa scegliendo una strada poco ambigua: mettere nero su bianco che le attività assistenziali e sanitarie svolte in modalità non commerciali, accreditate e integrate nel servizio pubblico, restano escluse dall’imposta. Anche quando prevedono forme di compartecipazione alla spesa da parte degli utenti o delle famiglie. Anche quando l’immobile non rientra in una «categoria catastale amica».
Un chiarimento che vale doppio, perché non introduce una nuova esenzione ma rafforza e precisa quella già esistente. E perché manda un messaggio politico piuttosto esplicito: non tutto ciò che ha un costo è commercio, non tutto ciò che incassa una retta è impresa.
La battaglia
A spingere per questa precisazione è stata l’Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale (Uneba), che negli scorsi mesi aveva denunciato apertamente il rischio, bollandolo come «un’assurdità»: chiedere l’Imu a strutture che svolgono funzioni essenziali, spesso in convenzione con il pubblico, supplendo a carenze che lo Stato e gli enti locali da soli non riescono più a colmare. Una battaglia tecnica, certo. Ma anche profondamente politica. Perché riguarda il confine – sempre più mobile – tra welfare pubblico e sussidiarietà, tra ciò che è servizio universale e ciò che viene lasciato alla capacità di resistenza delle famiglie e degli enti non profit. E perché arriva mentre lo stesso settore è sotto pressione su altri fronti, dal costo del personale all’aumento dell’energia fino alla cronica mancanza di operatori.
«Ci si è lavorato per buona parte del 2025 – conferma Margherita Peroni, vicepresidente regionale di Uneba, a cui sono associate 85 realtà bresciane e oltre 500 in Lombardia –. La prima azione è stata messa in campo con i Comuni, a cui si è cercato di far capire quale fosse l’intento della norma ma non è bastato e allora è stato ben presto chiaro che sarebbe servito un intervento legislativo netto: per questo si è aperta l’interlocuzione con il governo». Peroni è schietta: la posta in gioco era altissima. «Il pericolo reale era che si indebolisse l’intero sistema», un effetto domino che si sarebbe poi inevitabilmente riversato proprio sul welfare territoriale. «Comprendo le difficoltà che i Comuni si trovano ad affrontare, ma non è certamente richiedendo ad enti che non hanno finalità di lucro e che svolgono un servizio insostituibile che possono pensare di risolverle. Credo anzi che con le istituzioni si debba rafforzare la collaborazione perché l’area della non autosufficienza, della disabilità e dei minori si trova in grande difficoltà ed è necessario che insieme si creino le condizioni perché possano continuare ad assicurare alle persone fragili un’assistenza adeguata».
A lavorare sul dossier, lontano dai riflettori, sono state le commissioni giuridica (guidata da Luca Degani) e fiscale (la cui regia è affidata a Marco Petrillo) dell’associazione. Senza quel passaggio esplicito, il rischio di nuove interpretazioni sarebbe rimasto sul tavolo.
Il sistema
Per i Comuni, il messaggio è ora difficilmente aggirabile: la Finanziaria ha posizionato un argine netto. Non certo per bontà d’animo, ma per una scelta di sistema: se quelle strutture saltano, il conto – sociale prima ancora che economico – lo paga l’intera comunità. È un promemoria, più che una vittoria. Perché la tentazione di trasformare ogni spazio in una base imponibile, quando i bilanci locali sono sotto stress, tornerà. Ma questa volta la linea è tracciata. E attraversarla non sarà più solo una forzatura interpretativa: sarà una scelta politica, assunta alla luce del sole.
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