L’aftatossina è un fungo che, nelle estati calde e siccitose, prolifera sulle pannocchie del mais. È cancerogeno: se i livelli superano il limite imposto dalla legge, il cereale non può essere usato né per la nostra alimentazione (niente polenta, insomma) né per i mangimi delle vacche da latte, ma viene declassato a combustibile per il biogas. Come una spada di Damocle, le aftatossine (o aspergillus flavus) incombono sulla Bassa da tempo.
Per via dello stress dovuto al caldo e alla carenza di acqua, quest’anno si sono diffuse più del solito, rivelandosi un’autentica rogna foriera di danni anche economici. Siccome le previsioni a lungo termine dicono che ci saranno altre estati calde come quella del 2026, per tutelare la salute dei consumatori, la Copag di Ghedi, prima nella nostra provincia, ha deciso di installare una selezionatrice ottica: un macchinario industriale ad altissima precisione che sfrutta la fluorescenza e la luce ultravioletta per analizzare uno ad uno i chicchi, individuando, ed eliminando con un getto d’aria, quelli infetti.
Il punto
La macchina riesce ad abbattere il 90% delle aftatossine, analizzando molti quintali di mais all’ora e rendendo utilizzabile ciò che altrimenti sarebbe inutilizzabile. Un autentico prodigio, che ha il solo difetto di costare intorno ai 300.000 euro. Soldi che, va da sé, incidono per uno o due euro al quintale sul prodotto finale.

Per la filiera è un doppio danno, perché, oltre ai costi della cernita, bisogna considerare che il mais infetto va eliminato, quindi la resa al piò si abbassa. Ma è una scelta obbligata: altrimenti il raccolto finisce nel biodigestore. Sarebbe un peccato visto che, tra l’altro, in occasione dei cinquant’anni a maggio la Copag s’è regalata un super mulino capace di macinare 100 quintali l’ora di granella.
Il lavoro
E se a causa dell’aftatossina non c’è il mais, cosa macina? «Per il mais commercializzato – dice Mauro Canobbio, presidente Copag –, la Ue impone di non superare la concentrazione massima di 20 ppb (parts per billion, praticamente 20 microgrammi per chilogrammo, ndr). Sforare è un attimo, col rischio di infettare il latte che, se contagiato, non viene ritirato. E se viene ritirato poi va butatto (già alcuni produttori hanno dovuto percorrere questa via)».Nei mesi scorsi, continua Canobbio, «abbiamo risolto il problema analizzando uno ad uno i 1.300 carri in entrata: quelli nei limiti di legge andavano in linea, gli altri no. Abbiamo anche spazzolato i chicchi, così da eliminare qualsiasi traccia delle tossine».
Un lavoraccio, che ha consentito di tutelare i consumatori, portando sul mercato un prodotto salubre e sicuro. Chiaro che questo metodo non può diventare la regola: «Infatti ci stiamo affidando a tecniche più efficaci. Siamo andati in alcune zone del centro Italia, dove l’aftatossina è presente da anni: verificato che la selezionatrice ottica risolve il problema, ci siamo attivati e, non senza fatica, ci siamo procurati una di queste macchine».
Con questa macchina la Copag risparmierà tempo (che è anche denaro), riuscendo, come ha fatto fino ad ora, a commercializzare mais perfettamente sano, a prova di fungo.



