Economia

Fondo pensione nuovi nati: come funzionerebbe e quanto potrebbe valere?

Il governo starebbe valutando l’idea in vista della legge di Bilancio: si tratterebbe di un libretto previdenziale integrato dallo Stato nei primi tre anni dopo la nascita e, in seguito, da contributi volontari di genitori e parenti. Ma sarebbe sostenibile?
Marco Papetti

Marco Papetti

Giornalista

Un bambino appena nato
Un bambino appena nato

Cominciare la propria storia contributiva molto prima di entrare nel mondo lavorativo. Davvero molto prima: dalla nascita. Grazie un «fondo pensione» – o  libretto previdenziale – che lo Stato aprirebbe su un conto Inps ad ogni nuovo nato, e che verrebbe alimentato in un primo momento dallo Stato stesso, poi dai contributi volontari di genitori e parenti e, successivamente, dal titolare del conto una volta entrato nel mondo del lavoro. È l’idea che starebbe prendendo piede nel governo in vista della prossima legge di Bilancio, rilanciata anche dal presidente dell’Inps, Gabriele Fava: la proposta allo studio, secondo quanto ricostruito a inizio settembre dal quotidiano la Repubblica, prevederebbe un contributo pubblico iniziale da 50 euro al mese per tre anni dal 2027, quindi 1.800 euro in totale nel primo triennio di vita del nuovo «contribuente».

Trattandosi di un fondo pensione, il denaro versato su questo libretto previdenziale aperto alla nascita sarebbe investito e dai rendimenti si trarrebbe una rendita, integrativa rispetto alla pensione tradizionale. Ma sarebbe una proposta sostenibile per il nostro sistema previdenziale?

I fondi pensione

Per capirlo, secondo Francesco Menoncin – professore ordinario di Politica economica all’Univesirà degli Studi di Brescia – occorre guardare anche alla storia delle riforme del sistema pensionistico che si sono succedute in Italia: dopo la riforma Fornero, spiega, «si è incrementato il peso della previdenza complementare. Per esempio, il totale delle attività gestite dai fondi pensione in Italia è passato dal 3,4% del Pil nel 2006 al 12,6% nel 2020. Le percentuali sono simili in Francia e Spagna, mentre la Germania rimane ancora all’8%, avendo una maggiore copertura pubblica del sistema pensionistico».

La tendenza del futuro pensionistico, dunque, è quella di un «ricorso sempre maggiore all’investimento privato e alle regola della finanza di mercato. Questo sistema – aggiunge Menoncin –  ovviamente può creare dei problemi per prolungati periodi di crisi o di disoccupazione, durante i quali i fondi accantonati possono avere un rendimento eccessivamente basso e non crescono per la mancanza di contributi sui salari».

Costi iniziali proibitivi

Come fare? Un possibile rimedio è quello proposto dal premio Nobel per l’economia Robert Merton, le «obbligazioni pensionistiche», di recente ospite dell’Università degli studi di Brescia. «L’idea è la seguente: un giovane che si affaccia al mercato del lavoro può acquistare un’obbligazione che sarà priva di cedole fino al momento della pensione e che, successivamente, inizierà a pagare flussi di cassa (pensionistici) che saranno correlati al consumo reale pro-capite del paese in questione. Se questi titoli sono emessi dallo Stato, il governo incasserà il prezzo di emissione delle obbligazioni, potrà investire il denaro al meglio sui mercati finanziari e, al momento del pagamento delle pensioni, potrà finanziarne almeno parte con le tasse sui consumi. Se i consumi sono elevati le tasse saranno alte e consentiranno di pagare pensioni più elevate e, viceversa, in caso di riduzione dei consumi, le minori tasse non danneggeranno finanziariamente lo Stato perché dovrà pagare pensioni più basse».

L'ingresso di un ufficio dell'Inps - © www.giornaledibrescia.it
L'ingresso di un ufficio dell'Inps - © www.giornaledibrescia.it

Tuttavia, sostiene Menoncin, «questo meccanismo ha un grave problema: il costo di una obbligazione di questo tipo sarebbe proibitivo per chiunque, giovane lavoratore, non avesse una somma di denaro sufficiente. È esattamente questo il motivo per cui tutti i fondi pensione – spiega il docente – si basano sul principio di accumulare dei piccoli pagamenti mensili, anche se questi pagamenti sono soggetti a rischi finanziari a cui le obbligazioni di Merton sfuggirebbero».

Un esempio: «Possiamo pensare a una pensione di mille euro al mese che venga ricevuta dall’età di 70 anni fino all’età di 85 anni. Con un tasso di interesse medio del 4%, il valore di questa rendita per chi oggi abbia 25 anni ed entri nel mercato del lavoro, sarebbe poco meno di 23mila euro. Se ipotizziamo, invece, un tasso di rendimento doppio, pari all’8% (non garantito per così tanti anni), avremmo un importo molto meno ingente e pari a poco più di 3mila euro. Tuttavia, dobbiamo ricordare che per livelli di pensione adeguati agli ultimi stipendi di una intera vita lavorativa, l’importo da pagare inizialmente sarebbe decisamente proibitivo».

La proposta del libretto per i nuovi nati

Come si potrebbe intervenire, dunque, pensando a chi non ha un grande capitale di partenza? «Qui si innesta la recente proposta del governo italiano – dice Menoncin – secondo la quale si potrebbe fornire un capitale ai nuovi nati che possa essere investito per contribuire alla formazione di una pensione futura. La proposta sarebbe di mettere a disposizione circa 1.800 euro da versare entro i primi tre anni di vita di ogni neonato. Riprendendo l’esempio precedente, e supponendo che si possa investire questo denaro all’8% (rendimento decisamente elevato che implica un rischio altrettanto elevato), all’età di 25 anni, cioè dopo 22 anni di investimenti, si potrebbero avere a disposizione poco più di 9mila euro, che sarebbero sufficienti per una pensione integrativa. Tuttavia – aggiunge il professore – al tasso del 4% l’importo a disposizione a 25 anni sarebbe di poco superiore ai 4mila euro».

A ben guardare, quindi, «a meno di effettuare investimenti molto rischiosi gli ordini di grandezza in gioco non sarebbero particolarmente elevati, anche se potrebbero consentire almeno una pensione integrativa. Tuttavia – continua – l’ipotesi di investire per un tempo ininterrotto può essere inverosimile, soprattutto se si dà la possibilità, come sembra essere nella proposta, di utilizzare il denaro anche prima della pensione e in età ancora giovane, per esempio per finanziarsi gli studi».

«Strategia articolata»

In generale, «il rischio finanziario legato all’investimento può essere molto elevato se si richiede un rendimento altrettanto elevato, con la possibilità di subire pesanti perdite proprio nel momento in cui si abbia bisogno, invece, di riscattare il denaro. Un investimento adeguato dovrebbe prevedere una strategia articolata su un periodo di tempo sufficientemente lungo, con investimenti più rischiosi all’inizio e sempre meno rischiosi mano a mano che si avvicina la data del pensionamento».

Resterebbe poi la questione della gestione del fondo: «Chi dovrebbe gestire il denaro? Se si fa ricorso ai fondi pensione privati, le regole di investimenti potrebbero non essere in linea con le intenzioni del governo e se si affida il denaro all’Inps, questo potrebbe non avere le capacità necessarie per curare simili investimenti».

Il giudizio sull’eventuale misura del libretto per i nuovi nati è in chiaroscuro: «Ancora una volta, quindi, ci troviamo di fronte a un tentativo di soluzione di un problema reale attraverso un provvedimento contingente che non è collocato all’interno di una riforma strutturale di cui l’Italia, invece, ha massimamente bisogno per adeguarsi alle mutate tecnologie produttive e ai mutati contesti internazionali».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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