Costi, efficienza, tempo: sono gli elementi che, insieme con l’evoluzione tecnologica, hanno cambiato il modo di irrigare i campi della Bassa. Quarant’anni fa si irrigava a scorrimento, con pozzi in comproprietà: grossi tubi (anche 50 cm di diametro) conficcati nel terreno fino a 50 metri e oltre, chiusi in un casolare fatto di mattoni e con la cabina dell’Enel a fianco, distribuivano acqua ai soci del consorzio. La pompa funzionava a corrente: 380 volt, ovviamente.
Dal pozzo l’acqua saltava nei fossi e raggiungeva i campi, a volte distanti chilometri: ergo, dispersione di acqua e tanto sudore per la manutenzione. Il contadino apriva la «bocchetta» e l’acqua a fatica si faceva strada nel campo. Un cambiamento è arrivato con le «turbine»: grossi tubi di ferro, di solito color arancione, con una pompa che, azionata dalla presa di forza del trattore, rendeva tutto più veloce. Con la stessa quantità di acqua si dimezzavano i tempi. Nel conto c’era da mettere il gasolio per il trattore, ma era comunque conveniente.
Il progresso
La rivoluzione è arrivata dai pozzi. Quelli in consorzio erano dei mangiasoldi: l’elettricità costava sempre più, anche perché i gestori delle rete avevano cambiato strategia. All’inizio chiedevano il «fisso» solo per i mesi in cui il pozzo era in funzione (da marzo ad agosto), poi hanno cominciato a chiederlo per tutto l’anno. Il pozzo funzionava 6 mesi, ma il «fisso» andava pagato per 12.

Troppo caro, quindi molti agricoltori si sono fatti un pozzo privato, molto più economico: trivellazione da 20/25 metri, tubo da 25/30 cm di diametro e pompa azionata dalla presa di forza del trattore. Questa soluzione ha portato anche un altro vantaggio: ha liberato i contadini dal vincolo dei turni. Prima erano costretti ad irrigare una volta la settimana, quando l’acqua toccava a loro; col pozzo di proprietà possono farlo quando vogliono. Non a caso la Bassa si è riempita di questi pozzi. Reperita l’acqua a costi non proibitivi, c’era da trovare il modo migliore per distribuirla. Siccome non c’è un sistema perfetto, perché dipende dalle culture, dalle forme e dalla dimensione dei campi, s’è guardato alla tecnologia, che ha messo a disposizione nuovi macchinari.
Abbiamo detto delle turbine, che si usano ancora, ma sono in fase remissiva, soppiantate da nuovi sistemi. Il goccia a goccia, ad esempio, utilizzato nei sempre più numerosi campi della Bassa coltivati a verdure (soprattutto pomidoro).

Tre opzioni
Per i cereali e le altre culture «storiche», le soluzioni sono tre. Prima: l’utilizzo di lance (o cannoni) fisse sistemate in modo tale da raggiungere tutti i punti di un campo. Seconda: il cannone avvolgitore. È un’evoluzione della lancia fissa: l’acqua viene portata da un tubo avvolto su una bobina, poi spruzzata da un cannone di aspersione. Man mano che il tubo si riavvolge, il tubo trascina il cannone in linea retta. Un cannone, che può avere una gettata di molte decine di metri, funziona con la sola pressione idraulica.
Infine il pivot: è una macchina automatica composta da un lungo braccio tubolare metallico su ruote motorizzate che di solito ruota in cerchio attorno a un perno fisso, ma può anche procedere in linea retta. Un quadro di controllo gestisce gli ugelli, che distribuiscono l’acqua quasi vaporizzandola: sistema, questo, che, lavando le foglie, consentendo alle piante di «respirare» meglio. Quando gira in tordo, il pivot non arriva negli angoli. In questi casi viene utilizzato in combinazione con alcune lance fisse: lui fa la parte centrale del campo, le lance «rifiniscono» gli angoli.



