La cautela è d’obbligo e, prima di leggere il testo della norma, nessuno dei rappresentanti sindacali entra nel merito del decreto lavoro licenziato ieri dal Consiglio dei ministri. Una cosa però appare fin da subito chiara: per qualcuno siamo lontani dal rispondere alle vere esigenze del Paese, per altri invece la prima impressione è positiva.

«Abbiamo sempre parlato di salario buono, giusto e dignitoso – esordisce il segretario generale della Cisl di Brescia Alberto Pluda –, e la scelta di mettere dei tetti salariali e di far partecipare agli appalti solo le aziende che applicano i contratti maggiormente rappresentativi, cioè quelli firmati da Cgil, Cisl e Uil, è un passo avanti per togliere dal mercato i contratti pirata che fanno dumping».
Il Cnel
Il riferimento al salario giusto è esplicito nel Dl lavoro, dove la contrattazione è individuata come strumento per assicurare una retribuzione equa. Secondo la bozza di legge infatti per accedere ai benefici previsti dal decreto il datore di lavoro deve applicare il Trattamento economico complessivo (Tec), definito dai Ccnl stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori più rappresentative sul piano nazionale: secondo il Cnel infatti questi contratti sono applicati a oltre il 96% dei dipendenti del settore privato.

«Da tempo come Cgil, Cisl e Uil chiediamo un salario dignitoso garantito su queste basi – evidenzia il neo rieletto segretario della Uil bresciana Mario Bailo –. La prima impressione in merito a questo decreto non può perciò che essere positiva». Scendendo a fondo dell’argomento Bailo rimarca poi come «ci siano tantissimi contratti firmati da associazioni che nascono dall’oggi al domani. Il dumping contrattuale è uno dei temi sui quali ci concentreremo durante la manifestazione dell’1 maggio: questo decreto finalmente pone qualche paletto».
«Non discussa»

Una voce fuori dal coro è invece quella di Francesco Bertoli, segretario generale della Cgil di Brescia: «Innanzitutto questa norma non è stata discussa con noi, un elemento negativo di certo non nuovo – afferma –. Inoltre, e questo è l’aspetto pratico centrale, tutti i soldi messi in campo vanno alle imprese, viste come unico elemento di incentivazione».
Qui l’analisi di Bertoli si fa ancora più critica, «poiché il governo ha messo nero su bianco che il salario giusto che rimanda alla contrattazione non è un’alternativa al salario minimo: è per loro l’unica soluzione. E detto questo la norma non pare davvero mettere al riparo dai contratti pirata».
Accordo organico
Analisi diversa da quella dei colleghi Bailo e Pluda, con quest’ultimo che conclude sottolineando come «sia in azienda che vada recuperata la cornice economica che manca dai salari nazionali. È però un primo passo ma necessità di un patto sociale che affronti in modo integrato diverse questioni cruciali, come il fisco, la previdenza, i salari, le pensioni, lo sviluppo e l'innovazione. È essenziale che questi temi diventino parte di un accordo organico tra le parti sociali, con il supporto del governo. Solo con una coerenza di azione su questi temi fondamentali sarà possibile costruire un futuro più stabile e equo per tutti».




