Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto lavoro con un pacchetto di incentivi che vale circa un miliardo di euro. Il provvedimento contempla, tra le altre misure, nuovi bonus per giovani e donne, promuove a suo modo i rinnovi contrattuali e introduce il «salario giusto», allineato (secondo le prime indicazioni del governo) agli accordi firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative e rispetto ai quali la retribuzione non dovrà essere inferiore.
Del resto, oggi il repentino aumento del costo della vita non trova quasi mai corrispondenza in busta paga. I dati diffusi la scorsa settimana dal Dipartimento delle Finanze confermano un aumento dell’occupazione in Italia, ma fanno risaltare un insignificante adeguamento dei salari rispetto ai rincari del carrello della spesa. E se è vero che comunque la Lombardia resta tra le aree più ricche del Paese, nel contempo si rileva che i redditi dichiarati dai lavoratori bresciani risultano ancora al di sotto della media regionale, seppur migliori rispetto all’indice nazionale.
Il punto
Ebbene, secondo l’ultimo resoconto del Ministero dell’Economia (aggiornato al 2024), Brescia conta 951.028 contribuenti, di cui 557.793 (quasi il 59%) dichiarano redditi «da lavoratore dipendente o assimilati» in media per un importo annuo pari a 25.871,36 euro. Cifra che al netto dell’Irpef (l’aliquota è al 23% fino a 28mila euro e al 35% da 28.001 a 50mila euro) equivale a 19.920,95 euro, ovvero a 1.532,38 euro mensili, tenendo conto della tredicesima.
«Il lavoro non basta», lamentano legittimamente dalle Acli, diffondendo in concomitanza alla festa del 1° maggio un manifesto che rimarca le attuali debolezze del mercato: la precarietà, la disoccupazione tecnologica e, inevitabilmente, i bassi salari. A tal proposito, un recente rapporto della Provincia di Brescia conferma che nel nostro territorio solo un nuovo rapporto di lavoro su cinque è a tempo indeterminato o prevede la formula dell’apprendistato.
Tuttavia, il mondo delle imprese accusa da tempo una forte difficoltà a reperire personale con determinate competenze. Due giorni fa, inoltre, sempre su queste colonne abbiamo mostrato come le spese legate agli della casa, del cibo e dei trasporti sono cresciute molto più degli stipendi, comprimendo di conseguenza il nostro potere d’acquisto. Basti pensare che di fronte a un netto in busta paga di 1.532 euro dichiarato in media da un lavoratore bresciano, nel 2024 ogni famiglia sosteneva secondo l’Istat un costo del carrello della spesa (certificato dall’Istat) pari a 2.755 euro mensili.
Caro vita
Per di più, l’acquisto dei cosiddetti «beni e servizi essenziali» (alimentari, casa e trasporti) ha comportato un esborso maggiore di quasi il 26% negli ultimi cinque anni, mentre nel medesimo periodo i salari dei lavoratori bresciani, pur con la rivalutazione monetaria prevista dall’Istat, hanno riportato una crescita esigua, dello 0,95% (da 1.518 a 1.532 euro). Una variazione che si assottiglia ulteriormente se ampliamo l’intervallo di analisi. In parole più semplici, dal 2015 al 2024, i redditi netti dichiarati dai lavoratori bresciani hanno osservato solo un «incremento» dello 0,43%, da 1.525 a 1.532 euro.
Al contrario di quanto avvenuto nei Paesi Ocse, dallo scoppio della pandemia da Covid19, le retribuzioni in Italia non hanno tenuto il passo dell’inflazione. Non a caso l’Eurostat ritiene che nel nostro Paese il 10% degli occupati appartenga alla categoria dei «woorking poor», lavoratori che si trovano in condizioni di povertà relativa, in cui il salario non è più garanzia di sicurezza.



