L’estate rovente del 2026 poteva diventare il banco di prova per una flessibilità strutturale, il trampolino di lancio per il modello ibrido nel mondo del lavoro. E invece, a fronte di richieste crescenti da parte dei lavoratori nulla è sostanzialmente cambiato.
Con temperature eccezionalmente elevate già dalla seconda metà di maggio e con il giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale, senza dimenticare il caro benzina che flagella gli automobilisti, lo smart working torna ad assumere un ruolo centrale non solo come strumento di organizzazione del lavoro, ma anche come leva di benessere per milioni di lavoratori. Anche a Brescia le domande sono cresciute, «come accade ormai in ogni periodo di crisi sin dall’epoca della pandemia da Coronavirus», spiega il segretario di Cgil Brescia Francesco Bertoli. «Le aziende che concedono lo smart working anche in provincia sono e restano poche».
Lo studio
Secondo una ricerca di Robert Walters, società specializzata in recruitment e talent management, quasi otto lavoratori su dieci cambierebbero azienda se venisse eliminato il lavoro da remoto, mentre quasi uno su due sarebbe disposto perfino a rinunciare a una parte della retribuzione pur di conservarlo.
Il focus dell’indagine è rivolto in particolare alla Lombardia, dove le forme di welfare e il lavoro da remoto restano comunque più diffuse che altrove. I dati diffusi possono essere dunque sovrapponibili, in proporzione, a Brescia – una delle province trainanti della regione. Dalla ricerca emerge che il 47% dei professionisti in smart working risparmia oltre 100 euro al mese grazie al lavoro da remoto, che il 52% vorrebbe aumentare i giorni di smart working e che il 71% non rinuncerebbe ai propri giorni di lavoro da remoto nemmeno in cambio di altri benefit aziendali. Il 46% accetterebbe persino una retribuzione inferiore se l’offerta includesse una maggiore flessibilità o più giornate di smart working.
Beneficio economico
Lo smart working, quindi, non viene percepito soltanto come uno strumento di conciliazione vita-lavoro, ma come un beneficio economico e organizzativo che incide concretamente sulla qualità della vita dei lavoratori.

Durante i mesi estivi, con le giornate bollenti e le difficoltà connesse al fenomeno, assumono allora un valore ancora maggiore la possibilità di evitare lunghi spostamenti, di gestire con maggiore autonomia il proprio tempo (e l’economia familiare, risparmiando sui carburanti) e di conciliare gli impegni personali con quelli lavorativi.
Le scelte aziendali
Eppure le aziende sembrano aver rallentato il ricorso a politiche di lavoro agile. Secondo l’indagine solo il 29% delle aziende ha ampliato le politiche di smart working dal 2022 e oggi il 67% di chi lavora in modalità ibrida può farlo per non più di due giorni alla settimana. Una fotografia che evidenzia un progressivo assestamento del mercato dopo l’accelerazione registrata durante la pandemia. Anche per Alberto Pluda, segretario di Cisl Brescia, «lo smart working potrebbe e dovrebbe davvero essere una forma di welfare per il lavoratore. Ovviamente non bisogna abusarne: noi crediamo nella socialità del lavoro».
Il modello preferito dai professionisti resta d’altronde quello ibrido, con due giorni di smart working e tre in presenza. Un equilibrio che consente di mantenere i vantaggi della collaborazione in ufficio senza rinunciare alla flessibilità conquistata negli ultimi anni.
In un mercato del lavoro sempre più competitivo, soprattutto nei profili altamente qualificati, la capacità delle aziende di offrire modelli organizzativi flessibili continuerà a rappresentare un elemento distintivo per attrarre e fidelizzare i migliori talenti. L’estate diventa allora un test della capacità delle organizzazioni di rispondere alle esigenze dei propri collaboratori. Perché il futuro – sia climatico che lavorativo – andrà sempre più in questa direzione.




