«Credono che tutti possano fare i baristi o i camerieri, ma si sbagliano di grosso. Non basta saper preparare meccanicamente un buon caffè o un panino per ricoprire questi ruoli: bisogna essere portati all’accoglienza e non tutti lo sono. L’ignoranza sta rovinando questo lavoro».
Renata ama l’ambiente dei bar e della ristorazione ma, dopo una serie di impieghi non sempre appaganti, in piena pandemia ha cambiato settore e ora lavora in un supermercato. «Certo, è meno stimolante - si sfoga -, ma per la prima volta ho uno stipendio parametrato a un numero preciso di ore. E un contratto che prevede tredicesima, quattordicesima, malattia e straordinari. Mi sento sicura e rispettata. Non provo più la paura che la paga, a fine mese, non arrivi».
Di esperienze negative ne sa qualcosa anche Andrea. Ora è felice: fa il cuoco in città, prende 1.500 euro di paga base al mese per 39 ore la settimana e gli straordinari pagati a ora. Ma in passato, sul Garda, ha lavorato «16 ore al giorno senza riposi a fronte di un contratto da 4 ore al giorno per 350 euro in busta e tutto il resto in nero. Le realtà virtuose ci sono e ci tengo a sottolinearlo. Ma ci sono anche ristoratori che non sanno investire sulle risorse umane». Un collega, ad esempio, ci parla di «camerieri in servizio a 6 euro l’ora. E mille furbate per pagare meno le tasse dando 700 euro in bianco e 300 come rimborso chilometrico. Molti dipendenti ignorano i loro diritti e accettano».
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