Per comprendere l’essenza del gruppo Ave di Rezzato bisogna guardare alla storia della Valsabbia. In una serata del secondo dopoguerra, tra i comuni di Vestone e Sabbio Chiese, centinaia di persone scesero in strada con le fiaccole: non era una protesta, era un appello. Chiedevano ad un giovane medico psichiatra, Andrea Belli, il nonno di Emanuele Belli, di non lasciare morire l’azienda del paese. Quella fabbrica – la Anonima Vestonese Elettrotecnica – dava loro lavoro e rappresentava il futuro. Andrea Belli accettò quella sfida: lasciò la professione di medico e diventò imprenditore.

Fondata alla fine dell'Ottocento a Vestone come piccola falegnameria, Ave è oggi una delle realtà italiane più importanti nel settore del materiale elettrico e della domotica. Una crescita costruita attraverso cinque generazioni, sempre sotto la guida della stessa famiglia. L’azienda è presieduta da Alessandro Belli ed è amministrata dai figli Emanuele e Tommaso, protagonisti di una nuova fase di sviluppo che ha portato il fatturato da 23 a quasi 60 milioni di euro in cinque anni.

Con Emanuele Belli ripercorriamo una storia fatta di intuizioni, crisi superate, passaggi generazionali e uno sguardo rivolto al futuro. Lo incontriamo nel quartier generale di Rezzato: all’ingresso, una piccola galleria storica custodisce il Dna del marchio, dai primi interruttori a «peretta» in legno stile Liberty, ai moderni comandi touch.
Partiamo dalle origini: come nasce la Ave?
Nasce a Vestone alla fine dell’Ottocento, inizialmente come falegnameria. L’azienda fu poi registrata nel 1904 come «Società Anonima», dato che all’epoca non esisteva la forma giuridica della spa. Erano gli anni dell'elettrificazione in Italia e il mio trisnonno, Lorenzo Bonomi, intuisce che dagli scarti di lavorazione del legno si potevano ricavare le «perette», i primissimi interruttori d'epoca. Da una attività di recupero è nato il nostro core business.

È stato poi suo bisnonno Casimiro a compiere la prima grande svolta industriale?
Esatto. Fu lui a introdurre in Italia la bachelite, la prima forma di resina sintetica, importandone la formula direttamente dal Giappone. Capì prima degli altri che ciò che fino ad allora veniva intagliato a mano nel legno poteva essere stampato in modo veloce, preciso e ripetibile grazie a questo nuovo materiale termoindurente.
Poi è arrivato il momento più drammatico della storia familiare e dell'azienda...
Mio bisnonno Casimiro morì prematuramente. Mia nonna Clara Bonomi si ritrovò a gestire la società da sola nel primo dopoguerra. Suo marito, nonno Andrea, era un giovane psichiatra. Fu allora che il paese organizzò quella famosa fiaccolata per chiedergli di non far morire la fabbrica, che garantiva il sostentamento a centinaia di famiglie. Mio nonno accettò e fu una decisione straordinaria: negli anni Sessanta e Settanta guidò una crescita imponente, arrivando a dividere con BTicino il mercato elettrico italiano per tre decenni.

Da Vestone a Rezzato: com'è avvenuta la transizione logistica e industriale?
Lo stabilimento originario sorgeva nella piazza centrale di Vestone, a ridosso del fiume Chiese, perché a inizio Novecento le macchine venivano azionate dalla forza dell’acqua. Con il tempo, una struttura su tre piani con accessi complessi nel centro del paese non era più sostenibile. Negli anni Ottanta abbiamo avviato la sede di Rezzato e nel 2006 vi abbiamo accentrato l’intera produzione. Fu un trasloco quasi eroico: imponenti presse e macchinari vennero fatti uscire dalle finestre con le gru, mentre la produzione e le consegne proseguivano a ritmo serrato. Un'operazione «a cuore aperto». Oggi, spinti dalla forte crescita degli ultimi cinque anni, siamo di nuovo stretti: abbiamo acquisito un nuovo lotto a Rezzato per un ulteriore ampliamento.

Quale è la dimensione attuale di Ave in termini di numeri e mercati?
Negli ultimi cinque anni siamo balzati da 23 milioni a quasi 60 milioni di euro di fatturato, con circa 400 dipendenti complessivi. La crescita è stata guidata dal mercato interno ma anche dall'export, in particolare in aree come Nord Africa, Est Europa e Medio Oriente – dove operiamo in contesti complessi come Libano, Israele e Territori Palestinesi, oggi purtroppo segnati dalle tensioni internazionali.
Quanto conta il presidio diretto della produzione nell'identità del marchio?
È fondamentale. Il nostro cuore industriale batte da sempre nel bresciano e l'85% della produzione complessiva viene realizzato direttamente qui nello stabilimento di Rezzato. Gestiamo internamente l'intera filiera: dallo stampaggio delle materie plastiche alla lavorazione delle schede elettroniche. Questo ci permette di garantire un controllo qualità assoluto e di difendere il reale valore del Made in Italy.

Design e innovazione stilistica sono da sempre una vostra cifra distintiva
È una visione storica. Negli anni Cinquanta mio nonno intuì che l'interruttore non doveva essere un semplice punto luce tecnico, ma elemento d'arredo. Da lì nacque la collaborazione con Gio Ponti per la celebre linea Domus, nome che abbiamo poi ripreso in una nostra serie attuale. Negli anni si sono susseguiti maestri come Andries Van Onck e Marco Zucchi; abbiamo vinto il Compasso d’Oro nel 1979 e, più di recente con Simone Micheli, il Red Dot Award, l’European Product Design Award e l’Adi Design Award. Per noi il design abbraccia tutto: dalla placca esterna fino all’interfaccia utente dei termostati e dei display touch screen.
Il design è anche la barriera difensiva rispetto alla concorrenza asiatica?
Assolutamente. Il segmento dei quadri elettrici e dei componenti industriali si è standardizzato a livello globale negli anni Ottanta e i colossi asiatici, lavorando su grandi volumi a basso costo, ne hanno stravolto le dinamiche. Ave ha quindi scelto di riposizionarsi sul civile residenziale: un settore articolato e ad alto valore estetico, che non si presta alla produzione di massa. Non possiamo competere sui volumi o sul ribasso dei prezzi, ma sull'unicità, sull'innovazione e sull'identità stilistica. La pressione della manifattura cinese resta una sfida seria per tutta l'industria europea, ma il Made in Italy d'autore resta imbattibile.
Lei e suo fratello Tommaso rappresentate la nuova generazione al comando. Come vi dividete la gestione?
Lavoriamo insieme da 25 anni senza mai un litigio, ma sempre con confronti costruttivi. Tommaso segue l'area commerciale e la rete vendita, io mi occupo dell'area industriale: investimenti, produzione e sviluppo prodotti. Nostro padre Alessandro è presidente: non è più operativo nel quotidiano ma è sempre al nostro fianco. È un vero inventore, a lui si deve l'ideazione del primo interruttore touch in Italia.
Oggi l'azienda è tornata al 100% sotto il controllo della famiglia Belli. Come si è arrivati a questo passo?
Nostro padre e nostro nonno ci hanno insegnato la resilienza e il coraggio di scegliere la continuità anche quando le dinamiche finanziarie di breve termine direbbero il contrario. Mio nonno vide la fabbrica occupata dai tedeschi durante la guerra. In tempi più recenti abbiamo affrontato la presenza di un socio industriale estero – il gruppo Hager – entrato nei primi anni Duemila con il 25% delle quote. Nel 2022 la famiglia ha riacquistato l'intera partecipazione, riportando l'azienda sotto un unico e solido controllo familiare al 100%. È stata una vera liberazione che ci restituisce piena autonomia strategica.

Avete recentemente completato anche un'importante operazione di crescita esterna?
Sì, a maggio abbiamo acquisito il 60% di Hcs, realtà con sedi a Rimini e Milano specializzata nella domotica alberghiera, mantenendo in compagine i soci fondatori. Attualmente il settore hotel management rappresenta il 2-3% del nostro fatturato, ma punta a raggiungere rapidamente il 10-15%.
Qual è la rotta per il futuro di Ave?
Continuare a investire in innovazione e design restando concentrati sul nostro core business: serie civili, domotica residenziale e sistemi per l’hotellerie. Vogliamo offrire sul mercato soluzioni distinte e inimitabili, mantenendo quel modello familiare che ci consente di pianificare la crescita con una visione di lungo periodo, anziché rincorrere i trimestri di borsa.




