L’intelligenza artificiale è già entrata nelle aule universitarie, nel lavoro di studenti e docenti. La sfida ora è imparare a governarla, evitando che da strumento di supporto diventi un sostituto del pensiero. È stato questo uno dei temi al centro del convegno organizzato dall’Università di Brescia sull’intelligenza artificiale, occasione per presentare le nuove linee guida di Ateneo dedicate all’utilizzo responsabile dell’AI. Per la predisposizione delle linee guida è stato coinvolto un gruppo interdisciplinare.
Del gruppo fa parte anche la professoressa Sara Bornatici, associata di Pedagogia al Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali dell’Università di Brescia. Un lavoro che - spiega Bornatici - non può essere affidato a una singola disciplina: «L’AI chiama in causa tutta la comunità universitaria: docenti, studenti, personale tecnico-amministrativo, ricerca e didattica».

Perché avete deciso di definire le linee guida sull’intelligenza artificiale?
Perché non possiamo fingere che l’intelligenza artificiale non esista o che non sia già entrata nella nostra didattica. Anche altri atenei italiani ed europei si stanno dotando di strumenti di questo tipo. L’obiettivo non è vietare, ma governare una transizione che avrà effetti profondi sull’università e sulla società.
L’AI può essere un alleato della didattica o rischia di diventare solo strumento per fare più velocemente i compiti?
Può essere una grande alleata, ma dobbiamo chiarire i ruoli. La letteratura parla di pilota e copilota: l’intelligenza artificiale deve essere un assistente, mentre il controllo critico, la validazione delle informazioni e la responsabilità restano in capo alla persona. Il pensiero deve rimanere dello studente.
Qual è il rischio maggiore?
La delega cognitiva. Se affidiamo alla macchina non solo il calcolo o la memorizzazione, ma anche parti del ragionamento, della sintesi e della formulazione delle idee, trasferiamo all’esterno funzioni mentali che dovremmo esercitare. C’è poi l’illusione di competenza: l’AI produce risposte plausibili e possiamo avere la sensazione di sapere molto, senza avere realmente costruito quelle conoscenze.
È qui che torna attuale Edgar Morin?
Assolutamente. Morin ricordava che è meglio una “testa ben fatta” che una “testa ben piena”. L’AI, se usata male, rischia di portarci nella direzione opposta: tante informazioni, ma poca capacità di collegarle, organizzarle e comprenderne la complessità. E complessità non significa difficoltà, ma capacità di interconnettere.
Come cambierà allora il ruolo del docente?
Cambierà la didattica, ma non verrà meno la funzione docente. Dovremo conoscere queste tecnologie e utilizzarle, per esempio, per esercitazioni, materiali e attività in aula. Ma la relazione educativa resta una funzione umana. Un dispositivo può assistere il docente, non sostituire quella relazione.
Come si stabiliscono le regole sull’uso dell’AI nelle tesine e negli esami?
La parola chiave è chiarezza. Bisogna stabilire con gli studenti, fin dall’inizio, che cosa è consentito e che cosa non lo è. L’AI può aiutare, per esempio, in una ricerca bibliografica, ma sappiamo che può produrre informazioni errate o allucinazioni: tutto deve essere verificato. La soluzione non sono software per scoprire se un testo è stato generato dall’AI, perché possono produrre falsi positivi.
Che cosa dovrebbe verificare allora il docente?
Più che il prodotto, il processo. Dobbiamo chiedere allo studente di spiegare come ha utilizzato l’AI, quali domande ha posto, come ha verificato le risposte e come è arrivato al risultato. Anche imparare a formulare correttamente un prompt significa sviluppare una logica del pensiero.
Non c’è il rischio che uno studente, abituato all’AI, non sappia più lavorare senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale?
Questo è il rischio della delega cognitiva. Per questo dobbiamo mantenere occasioni nelle quali lo studente possa dimostrare direttamente le proprie conoscenze. L’esame orale, dove possibile, resta uno strumento fondamentale.
Anche i docenti di dovranno formare?
Si, non possiamo chiedere agli studenti competenze che noi per primi non abbiamo. L’Università di Brescia sta mettendo a disposizione percorsi di formazione e altre iniziative accompagneranno le linee guida.
Come immagina l’università tra 5 anni?
Mi auguro un’università nella quale l’AI sia sempre più un alleato che cresce accanto alla competenza tecnologica e la responsabilità nell’utilizzo. Cambieranno il lavoro, le professioni e probabilmente nasceranno attività che oggi non sappiamo ancora immaginare. Anche l’università dovrà prepararsi a questi cambiamenti.
Avremo lezioni tenute solo dall’AI?
Da pedagogista faccio fatica a immaginarlo. Non possiamo prevedere tutto, ma credo che la dimensione umana debba rimanere indispensabile. Potranno esserci avatar, agenti autonomi e strumenti sempre più sofisticati, ma la relazione educativa non può essere ridotta a un dispositivo. Non dobbiamo né rifiutare il progresso né subirlo passivamente: dobbiamo imparare a governarlo. E reinventare il nostro lavoro alla luce di questa trasformazione sarà, ancora una volta, una funzione dell’umano.




