Economia

Agrivoltaico, il monitoraggio è in capo ai Comuni

Il monitoraggio delle aree idonee e del consumo di suolo richiederà aggiornamenti continui, verifiche periodiche e un forte impegno degli uffici tecnici locali, spesso già in difficoltà per la carenza di personale.
Nicolò Rizzardi
Un impianto agrivoltaico
Un impianto agrivoltaico

Come è noto, la sola introduzione di una normativa non è sufficiente a garantire il pieno rispetto di un principio. Per questo motivo, la legge regionale lombarda che definisce le aree idonee per la realizzazione di impianti da fonti rinnovabili ha previsto dei complessi meccanismi di monitoraggio costante del territorio.

Al fine di poter rendere pienamente operative le quote limite di suolo agricolo utilizzabile, Regione Lombardia si è data due mesi di tempo per sviluppare una mappa aggiornata delle aree idonee. La palla poi passerà poi ai Comuni e alle Provincie lombarde: spetterà a loro comunicare ogni sei mesi alla Regione i dati dei nuovi progetti pervenuti per la costruzione di impianti da fonti rinnovabili, i riferimenti della messa in esercizio e la superficie agricola utilizzata (Sau) impiegata.

Sulla base di queste informazioni, l’ente regionale provvederà quindi ad un aggiornamento annuale della mappa delle superfici agricole utilizzate, conteggiando la percentuale impiegata e verificando se è stata raggiunta o meno la soglia limite. In caso di superamento, la normativa prevede l’impossibilità di procedere ad autorizzare nuovi impianti e lo stop immediato alle procedure in corso e non ancora portate a termine.

Uno degli aspetti però più complessi è quello che riguarda il ruolo che i Comuni avranno nei monitoraggi. Da un lato, essi saranno chiamati ad un’interlocuzione continua con la Regione per comunicare tempestivamente l’utilizzo di suolo per l’installazione di impianti da fonti rinnovabili, dei quali fotovoltaico a terra e agrivoltaico costituiranno la gran parte. D’altra parte, è proprio l’uso dei suoli per l’agrivoltaico a costituire il limite maggiore.

La normativa stabilisce, infatti, che in questa specifica tipologia di impianti i pannelli fotovoltaici non debbano poggiare direttamente a terra, ma debbano invece essere installati su supporti rialzati che permettano la coltivazione dei suoli sottostanti. Si richiede inoltre che la produzione agricola di quel terreno non si riduca di più del 20% rispetto a prima della realizzazione dell’impianto. Dei parametri molto stringenti, quindi, che richiedono controlli continui e molto complessi, che spetterà soprattutto ai comuni svolgere ogni tre anni.

Questo sforzo, gravoso sia economicamente che in termini di tempo, si scontra con la dura realtà degli uffici tecnici comunali, che spesso risultano sotto-organico, con funzionari oberati di incombenze. Pur essendo previsto su questo uno specifico supporto ai comuni da parte degli uffici dell’Assessorato regionale all’Agricoltura, solo la pratica sul campo permetterà di capire se i comuni saranno realmente in grado di adempiere a questi compiti o se i necessari meccanismi di monitoraggio si incepperanno col tempo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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