Vito Mancuso: «L’armonia relazionale umana è l’unica legge che conta»
Giustizia umana e giustizia divina, diritto ed etica, bene e male, verità e menzogna. E si potrebbe continuare, perché il tema della giustizia non solo coinvolge da sempre la collettività, ma tocca le corde più profonde del nostro essere umani. Ne è andata in scena una emozionante testimonianza all’auditorium San Barnaba (sala gremita), dove il procuratore e il teologo hanno dialogato, non alla ricerca di dogmi inconfutabili, ma in cammino insieme per tracciare una rotta verso il domani. A confrontarsi il filosofo e teologo Vito Mancuso ed il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Brescia, Guido Rispoli, per il Festival LeXGiornate, introdotti dal maestro e direttore artistico della manifestazione Daniele Alberti.
L’incontro
«Signor teologo, noi giuristi siamo abituati a porci il quesito della legittimazione – esordisce Rispoli –, nelle aule dove sono presenti magistrati, testimoni, imputati. Chiedo allora a lei perché ritiene di essere legittimato a parlare di giustizia e, nella fattispecie, di giustizia divina». Una domanda senz’altro pertinente e attuale ai giorni nostri, almeno da quando la «morte di Dio» (con riferimento a Nietzsche) è diventata di dominio comune.
«Penso di poter parlare nel nome della coscienza morale – risponde Mancuso –. La teologia nasce dal cuore del pensiero filosofico: Platone, che aveva toccato con mano l’ingiustizia (la condanna a morte di Socrate), usa questo termine nella «Repubblica». È a partire dalla insufficienza della giustizia umana, che prende senso una voce che s’appella alla giustizia divina». «La giustizia umana – riflette Rispoli – si ricollega al concetto di legalità, eppure si può essere nella piena legalità e nell’ingiustizia: nella storia è successo, pensiamo solo alle leggi razziali. Quali sono allora le leggi di riferimento della giustizia divina?».
Bisogna rifarsi ai comandamenti, ai testi sacri della dottrina cristiana? Non ne è del tutto convinto Vito Mancuso, che si autodefinisce «teologo ortodosso, non allineato»: «Penso che le leggi divine siano per la stragrande maggioranza leggi umane. L’unica legge che conta è quella del logos, dell’armonia relazionale. La filosofia cui m’ispiro pone l’amore al centro, non solo per gli uomini, ma anche per la natura, gli animali, il cosmo (il «cielo stellato» di Dante): tutto cerca relazione, abbraccio; è qualcosa di inscritto nei nostri cromosomi». Tutte le altre leggi, dunque (anche quelle del diritto canonico), rappresentano «esemplificazioni che devono essere verificate» sulla sola legge universale.
Altri temi
L’affascinante viaggio prosegue, esplorando nodi cruciali, dalla crisi ecologica («stiamo pagando la nostra mentalità antropocentrica e, oggi, capiamo che non è più sostenibile») al diritto internazionale di cui, «cosa rimane dopo quanto costruito a seguito della catastrofe della seconda guerra mondiale?». L’interrogativo risuona in una giornata in cui «le piazze italiane – ricorda Mancuso – sono piene di manifestazioni pro Palestina, per il tentativo di dare ancora ad un popolo la speranza di avere uno Stato, mentre i più forti continuano a negare questa possibilità, e persino di poter continuare a vivere sulla propria terra».
Per giungere, infine, alla vexata quaestio del libero arbitrio: «maledetto» per qualcuno, «inesistente» per altri (Schopenhauer, Lutero, Calvino…). Ma è proprio il segno di ciò che ci rende umani: «La libertà – osserva il filosofo e teologo – comincia dalla possibilità di capire una situazione, potere scegliere nella consapevolezza: la “phronesis” come insegnano i filosofi antichi, la saggezza, il discernimento».
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