Il ruolo di Lescaut è uno dei più intensi del «Manon» di sir Kenneth MacMillan, il balletto ispirato al romanzo del 1731 dell’abate Antoine François Prévost: malizioso e scaltro, intenso, fisico, pieno di carattere. Tutta l’opera, in realtà, è intensissima: i mendicanti, le prostitute, la Francia del diciottesimo secolo, la voglia di riscatto, la violenza carnale... Tanto da essere consigliata ai maggiori di 14 anni. La nipotina di Valentino Zucchetti è più piccola, ma non avendo mai visto lo zio in scena si è fatta un’eccezione: lo scorso fine settimana è volata a Londra con tutta la famiglia del danzatore originario di Palazzolo sull’Oglio. L’occasione non era meramente «Manon»: si trattava dell’addio alle scene del ballerino bresciano, primo solista.

La carriera
Il 38enne per 16 anni ha danzato per il Royal Ballet di Londra. Senza contare quelli trascorsi alla Royal Ballet School: quando è stato ammesso aveva 15 anni, «era un’epoca d’oro, con una generazione fantastica di danzatori. Mi ispiravo a loro: ogni giorno li vedevo provare e occasionalmente prendevo parte alle loro produzioni», racconta il bresciano, che nel suo portfolio ha tanti ricordi emozionanti. La prima volta che fu il principe nello «Schiaccianoci», le promozioni a solista e a primo solista, l’esibizione da primo ballerino in «Rhapsody» al Bolshoi durante una tournée…
Un paio di mesi fa aveva annunciato il suo ritiro. «Per un ballerino è inevitabile pensarci intorno a questa età. È il momento giusto. Ho sfruttato al massimo ciò che un primo solista può fare e sento di essere stato utile. Ma fisicamente sta diventando difficile. E poi sto crescendo come coreografo. È il momento di lasciare spazio ai giovani, con maggiore potenza fisica», dice. Per lui, quindi, per ora non c’è più la danza praticata all’orizzonte, bensì la coreografia. «Per il momento non c’è niente di preciso, ma spero di continuare a collaborare con la compagnia. E poi il mese scorso mi sono fidanzato. Sono contento di sposarmi ora che ho tempo». Per ora, dice, resterà a Londra, ma non esclude nulla. «Spero di poter tornare in Italia. Qui ho avuto l’opportunità di coreografare per il re e per un numero record di ballerini, sono stato il primo italiano a firmare una coreografia per il Royal Ballet. Mi piacerebbe che anche in Italia arrivassero occasioni».

L’ultima performance
Per quanto prevedibile, il ritiro non è per forza semplice. Immaginate: per sedici anni il vostro luogo di lavoro è stata la Opera House di Covent Garden; il vostro pubblico quello elegantissimo che ama la danza classica; i vostri colleghi i migliori ballerini al mondo. Dire addio a tutto questo – all’Olimpo della danza – non dev’essere facile. Il farewell di sabato è stato emozionante.
Prima che l’orchestra attaccasse, il direttore della compagnia Kevin O’Hare è sbucato dal sipario per annunciare a tutti che quella sarebbe stata l’ultima performance del ballerino. Ha presentato brevemente la sua carriera, gli ha augurato il meglio per il futuro (futuro che, chissà, potrebbe comunque riservare a Zucchetti un ruolo nel Royal Ballet, coreograficamente parlando) e ha lasciato che i lembi di velluto rosso si aprissero proprio su di lui. Il ruolo scelto per l’ultima esibizione è infatti proprio quello di Lescaut, il fratello di Manon che apre il balletto e che per Valentino rappresenta una piacevole circolarità («Manon» è stata la prima opera a cui ha partecipato quando ancora era studente della Royal Ballet School) oltre che un’interpretazione a lui cara.
Il pas de deux finale che il Valentino quindicenne osservò come da tradizione da dietro le quinte (è lì che tutto il corpo di ballo guarda i due protagonisti) ha dunque chiuso l’opera. Ma sabato sera la vera chiusura non è stata la morte di Manon. Gran parte degli applausi erano proprio per Valentino, che dopo centinaia di repliche ha vissuto per l’ultima volta la sensazione dell’inchino davanti al suo pubblico. Non dev’essere stato semplice, dicevamo. Ma l’affetto e la commozione del teatro intero che ha chiesto a Zucchetti diverse curtain call, i bouquet, lo champagne e l’abbraccio affettuoso dei compagni di ballo potrebbero avere reso l’addio più lieve e lieto.




