Tamborra «tra le Anime artiche, parole e scatti di un’utopia del Nord»

La fotografa e giornalista nelle contraddizioni di Svalbard, Lofoten e Finnmark: martedì 27 ottobre sarà in città con il nuovo libro
Daniele Ardenghi

Daniele Ardenghi

Giornalista

Svalbard, paesaggio - © Valentina Tamborra
Svalbard, paesaggio - © Valentina Tamborra

Tre mete e altrettanti temi: l’arcipelago delle Svalbard e la ricerca della memoria dei minatori; le isole Lofoten e il modo in cui (soprav)vivono i pescatori che le abitano; il Finnmark e il popolo indigeno dei Sami (spesso chiamati semplicemente lapponi). Valentina Tamborra, milanese di 43 anni, è fotografa e giornalista. Martedì 27 ottobre alle 18 presenta il proprio libro «Anime artiche» in città, negli spazi di Palazzo Negroboni, sede di Intesa Sanpaolo per il Sociale, in via Trieste. L’ingresso è gratuito, è gradita la prenotazione all’indirizzo perilsociale@intesasanpaolo.com. Il libro è edito da Marsilio (352 pp., settembre 2026). «Non sarà un incontro frontale – precisa l’autrice –. Come sempre, mi auguro si trasformi in un’occasione di scambio, per conoscere luoghi che, in realtà, sono più vicini di quello che sembrano».

Il libro fotografico

Il volume il frutto di viaggi compiuti nell’arco temporale degli ultimi nove anni. Tante le puntate a Nord, di lunghezza variabile, dai due mesi ai dieci giorni. Autrice di reportage, ritratti e progetti di scrittura documentaria, Tamborra ha pubblicato su quotidiani e riviste in Italia e all’estero, ha collaborato con ong, istituzioni ed enti nazionali e internazionali come Medici Senza Frontiere e Amref Health Africa. La 43enne insegna inoltre fotografia, reportage e giornalismo visivo in diversi istituti. Tra i suoi libri: «Skrei. Il viaggio», «Incontri al confine» e «I Nascosti». Incentra il proprio lavoro sul tema dei diritti umani e sui luoghi di margine. Dopo aver confezionato reportage da territori di guerra, come Palestina e Iraq, ha «cercato l’utopia», racconta, nella zona più settentrionale del mondo. Come alle Svalbard, che sono territorio norvegese in realtà «non incorporato» alla Norvegia, «terra che dovrebbe rappresentare il concetto di unione, dato che ci si può vivere in piena libertà, senza un visto.

La fotografa e giornalista Valentina Tamborra - © Valentina Tamborra
La fotografa e giornalista Valentina Tamborra - © Valentina Tamborra

Là coesistono 52 nazionalità diverse, per un totale di circa 2.200 abitanti». In viaggio verso l’utopia, si diceva, per scoprire che – in realtà – l’utopia è realmente utopica. Imperfezione, straniamento, dolore e perdita esistono anche nell’estremo Nord del mondo. Territorio dal quale la fotografa e giornalista ha portato a casa un senso di lacerazione che convive con l’amore «per luoghi che fanno parte della mia anima. Ed è vero che questo è un libro d’amore. Si amano le persone pur riconoscendone le verità più aspre. Si vuole bene pur quando non si dice solo bene. Questo vale anche per i luoghi». Il legame non è meno intenso, solo più realistico e quindi, forse proprio per questo, più autentico.

Tamborra, cominciamo proprio dalle Svalbard...

In primo luogo, spesso si pensa alle terre artiche come a deserti bianchi di ghiaccio e neve. Ma sono abitati da persone. Alle Svalbard, storicamente, da minatori. Ma a giugno è stata chiusa l’ultima miniera di carbone. Ero presente. Nell’arcipelago è stato tolto il diritto di voto ai non norvegesi. La scelta è figlia delle tensioni con la Russia. Il problema è stato risolto ledendo i diritti degli abitanti, e di fatto creando cittadini di serie A e cittadini di serie B.

E così l’utopia è sempre meno perfetta. Cosa ha trovato sulle isole Lofoten (arcipelago norvegese)?

Sono terre di pesca, ma l’attività è sempre più in crisi. Il cambiamento climatico allontana i pesci verso mari sempre più freddi. Resistono solo i pescatori più grandi. Gli altri spariscono, o sono destinati a sparire.

Ma anche la green economy, che in teoria dovrebbe proteggere il nostro pianeta e, al contempo, generare un modello economico mirato a crescita e benessere che vanno di pari passo con l’equità sociale, può lasciare un’ombra nera...

Specie se si trasforma in green colonialism. Nei miei viaggi ho potuto testimoniare gli effetti di questo processo sui Sami, nel territorio del Finnmark, contea norvegese all’estremo Nord del Paese, parte della Lapponia. Nel passato erano stati soggetti al razzismo della norvegizzazione, politica di assimilazione forzata attuata dal Governo della Norvegia iniziata a metà del diciannovesimo secolo e proseguita fino agli Anni Sessanta-Ottanta. Poi, appunto, è arrivata la green economy. E allora ecco comparire le pale eoliche sulle rotte delle renne, che non trovano più cibo. L’allevamento dei Sami si è trasformato. Da nomadico è diventato seminomadico o stanziale. Quant’è davvero pulita questa nuova energia? Il processo ha contribuito a innalzare il numero dei suicidi e dei casi di depressione grave all’interno di questo popolo indigeno. I Sami non si riconoscono più nella loro vita.

Ha viaggiato ovunque e, in questi ultimi nove anni, spesso verso Nord: cosa ha trovato, quindi?

Sembra un luogo comune, ma in ogni angolo del mondo le dinamiche umane non sono poi così differenti. L’ideale non esiste nemmeno in luoghi che spesso vengono associati ai concetti di uguaglianza e fratellanza.

Per lavoro sperimenta quotidianamente il peso di documentare le vite degli altri, vite spesso estreme. Per questo libro ha portato su di sé anche il fardello della solitudine?

Solo parzialmente. Perché in questi nove anni ho stretto rapporti veri e incontrato persone che aspettavano il mio ritorno. Sono luoghi in cui l’utopia è davvero tale, ma restano luoghi del cuore.

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