Galimberti e la metamorfosi della verità: «Funziona solo la volontà di potenza»

Grande partecipazione sabato all’Hangar 68 alla serata con il filosofo intervenuto al festival Rinascimento culturale
Nicola Rocchi
CRONACA BRESCIA VIA ZARA HANGAR 68 UMBERTO GALIMBERTI PER ILARIA ROSSI 29-08-2026 MARCO ORTOGNI NEW EDEN GROUP
CRONACA BRESCIA VIA ZARA HANGAR 68 UMBERTO GALIMBERTI PER ILARIA ROSSI 29-08-2026 MARCO ORTOGNI NEW EDEN GROUP

Dalla verità dei Greci, incarnata nel ciclo immutabile della natura, alla «persuasione venduta come verità» degli attuali populismi. È un viaggio attraverso le metamorfosi del concetto di verità nel corso della storia umana, quello compiuto da Umberto Galimberti nel libro «Le disavventure della verità» (Feltrinelli, 112 pagine, 12 euro). Il filosofo ne ha parlato sabato sera a Brescia, ospite del festival Rinascimento culturale diretto da Alberto Albertini. Ad applaudirlo, riempiendo il vasto spazio dell’Hangar 68 di via Zara, c’era una folla felice di farsi sferzare dai suoi veementi - e a tratti sconsolati - inviti a riattivare il pensiero critico.

Nel mondo delle idee

Non è un ottimista, Galimberti. Pensa che «tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi il disastro della nostra cultura che mette l’uomo al centro dell’universo», causando al pianeta ferite insanabili. Per gli antichi Greci, invece, «la natura era l’espressione più bella della verità» e l’uomo doveva vivere comprendendone le leggi e assecondandole: «Un’etica del limite che noi abbiamo perduto, preparando in questo modo la nostra rovina».

Con Platone comincia un’altra storia: la verità viene elevata dal mondo naturale a quello delle idee, di cui la natura è solo un’imitazione. «Le idee stanno al di là del cielo e l’organo che le cattura è l’anima, precipitata dall’iperuranio nei corpi, che sono un ostacolo alla conoscenza». Comincia quel dualismo tra cielo e terra, anima e corpo, che ancora ci abita, introdotto nel cristianesimo da sant’Agostino: «Egli prende il dualismo platonico anima-corpo, lo toglie dal problema della conoscenza e lo mette in quello della salvezza. Nell’anima abita Cristo e la verità, nel corpo abita il mondo e chi lo ama non conosce Dio». Ad Agostino, Galimberti preferisce Tommaso d’Aquino, secondo il quale «la fede non ha nulla a che fare con la verità, non è un prodotto della ragione umana ma è promossa dalla volontà di credere». La vera fede, afferma lo studioso, «crede proprio perché “non sa”, con timore e tremore. Se invece pretende di possedere la verità assoluta, precipita nell’intolleranza».

La scienza moderna

Nel ’600, con la nascita della scienza moderna e del metodo sperimentale, si compie un altro passo decisivo. «La scienza non dice cose vere, ma esatte: cerca la corrispondenza tra l’ipotesi formulata e la realtà delle cose. Le sue proposizioni non sono eterne, anzi, gli errori sono la grande occasione per andare oltre». È l’avvio di una rivoluzione che tra Otto e Novecento, con i grandi sistemi di pensiero di Marx, Freud, Nietzsche, condurrà alla dissoluzione dell’idea che esista una verità incontrovertibile. La «morte di Dio» teorizzata da Nietzsche apre l’«era del nichilismo: la stabilità garantita per secoli dal cristianesimo è finita, il futuro non è più una promessa di salvezza, manca la risposta alla domanda “perché devo stare al mondo”. Un dramma che i giovani conoscono bene».

La tecnica e i social

Scomparsa la verità come fonte di stabilità, «funziona solo la volontà di potenza. L’età della tecnica in cui siamo immersi traduce la verità in efficacia: raggiungere il massimo degli scopi con il minimo impiego di mezzi. La tecnica ci ha buttato fuori dalla storia, il passato non conta più nulla e il futuro è solo un perfezionamento di procedure». I populismi, con il loro linguaggio persuasivo, occultano la realtà di una società complessa. Con i social «non siamo più nel mondo, ma nella sua narrazione che altri hanno ideato per noi». E la politica si affida ai rapporti di forza, sostituendo la verità col negazionismo: «Quando un massacro diventa “effetto collaterale” e noi lo accettiamo, si guasta il nostro apparato cognitivo, morale e sentimentale».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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