Contare dal 2026 al 1990, andando all’indietro, è un buon esercizio. Solo così si visualizza meglio la distanza temporale che ci separa dal ventennio che Kyle Abraham ha scelto di indagare coreograficamente: il 1980 sembra dietro l’angolo, ma sono trascorsi quasi 50 anni. Vedere sul palco del Teatro Grande lo stile e l’estetica di quegli anni è quindi straniante, ma nemmeno troppo.
Le tute larghe, i televisori a tubo catodico, il Nintendo, i capelli vaporosi e la frangia riccia… ma non è una pacchiana operazione nostalgia, tutt’altro: «Cassette Vol. 1» – questo il titolo dello spettacolo andato in scena mercoledì sera – è stato interpretato in maniera incantevole dalla compagnia del coreografo americano, A.I.M, che ha dedicato l’opera alla musica dei due decenni che hanno preceduto il 2000. Uno spettacolo che è piaciuto tanto, tantissimo al pubblico, a giudicare dagli applausi (anche a scena aperta). Pubblico che, alla fine dell’opera è potuto salire nel Salone delle Scenografie per l’after party con la compagnia e Dj Joao ai piatti.
I riferimenti durante lo spettacolo sono numerosi: il post-modernismo, la scena afroamericana, la cultura queer, quella del clubbing, le ghetto girl, i video musicali, lo stile urban. Ascoltando Prince, gli REM, Susanne Vega e la playlist scelta da Abraham – una metaforica musicassetta che a un certo punto è stata riavvolta con la Bic – si percepiscono la speranza e la trasgressione, il romanticismo e la rivoluzione pop e tecnologica. Guardando i dieci danzatori si vedono la grazia e l’orgoglio.
E soffermandosi sugli applausi finali – tra gli inchini e l’emozionante assolo su «Bette Davis Eyes» – si capisce che Abraham non ha solo scelto due decenni particolarmente amati, ma che ha costruito una partitura di passi e intrecci estremamente coinvolgente, in quel suo riconoscibilissimo stile che ora anche Brescia ha avuto la fortuna di vedere dal vivo.




