Prima si guarda la danza, poi si danza. Andrà un po’ così mercoledì sera al Teatro Grande: allo spettacolo in cartellone («Cassette Vol.1») seguirà una dance night e per la prima volta il grande teatro cittadino, così classico e sobrio, ospiterà un dj set. In consolle ci sarà dj Joao – giornalista di giorno e disc jockey di notte – che sui piatti alternerà i grandi successi che hanno fatto la storia delle discoteche italiane negli Ottanta e Novanta.

Ma torniamo allo spettacolo, perché la scelta della scaletta della dance night (che si terrà alle 22 nel Salone delle Scenografie) non è casuale. La compagnia A.I.M by Kyle Abraham si esibirà in Sala Grande alle 20 muovendosi, appunto, sulla musica degli ultimi due decenni del secolo scorso. Un periodo nel quale, dice il coreografo americano 49enne in questa intervista, si sentiva «più innocente e ispirato, amato e libero».
I biglietti per lo spettacolo costano da 22 a 34 euro a seconda dei settori, con possibilità di riduzione, mentre l’ingresso alla dance night costa 15 euro (anche qui disponibili le riduzioni). Si possono acquistare su www.teatrogrande.it oppure direttamente al botteghino in corso Zanardelli.
Kyle, lei ha studiato proprio negli anni Ottanta e Novanta e ora li ripropone in scena. È un po’ come nella moda, dove il passato torna ciclicamente di tendenza?
Immagino di sì, ma non ragiono in questi termini. Creo lavori sulla base di ciò che mi attrae. Per molti aspetti, «Cassette Vol. 1» è un lavoro che risale a un passato più lontano rispetto a quello a cui torno di solito quando creo. Di solito, i miei lavori fanno riferimento a eventi accaduti vent’anni prima, in modo da poterci riflettere sopra prendendone consapevolezza. Con questo lavoro, invece, torno molto più indietro, a un periodo in cui mi sentivo forse più innocente e ispirato, e in cui forse mi sentivo più amato e libero.

Nella sinossi cita i videoclip musicali. In che modo hanno influenzato la scena della danza accademica?
All’epoca non studiavo danza, ma vedo dei parallelismi sia nelle pratiche di danza sociale delle feste hip hop di quegli anni, sia nella loro influenza sulle tecniche codificate nel panorama della danza moderna e contemporanea. Vedo parallelismi anche nel modo in cui artisti come Robert Palmer e David Byrne sono stati influenzati da coreografi come Twyla Tharp e altri.
Come sceglie il corpo di ballo? La diversità è un valore per lei?
Penso alle minoranze, alle diverse corporature e a ogni aspetto dell’essere umano. Nel tipo di lavoro che mi interessa creare, ciò che conta soprattutto per me è la diversità sul piano qualitativo. Mi interessano artiste e artisti che abbiano cose diverse da offrire allo spazio. Non abbiamo bisogno di troppi interpreti che si assomigliano e si muovono allo stesso modo, perché finirebbero in qualche modo per annullarsi a vicenda. Se dovessimo fare un paragone con la cucina, vorremmo assicurarci che il piatto sia equilibrato e che nessuna singola spezia prevalga sulle altre. Oppure, per usare un esempio musicale: troppe trombe possono sovrastare un’orchestra.
Che cosa vedremo e vivremo, dunque?
Durante lo spettacolo cerco di assicurarmi che il lavoro esprima ciò che voglio comunicare, tenendo allo stesso tempo in considerazione quale sarà il prossimo passo per questa compagnia e per queste danzatrici e questi danzatori.
E che cosa dobbiamo aspettarci dalla Dance Night?
Sarà semplicemente un momento divertente. Un’occasione per rilassarsi, sentirsi liberi, stare insieme e lasciarsi trasportare dall’atmosfera.




