Tao Dance, successo al Grande: l’onda cinese ha entusiasmato Brescia
Il coreografo Tao Ye e la direttrice artistica Duan Ni attendono fuori dal Teatro Grande, mentre gli spettatori si affollano all’ingresso. Il Massimo cittadino è gremito: l’attesa è alta e non viene tradita. Le coreografie «16» e «17», andate in scena lo scorso sabato nella stagione dedicata alla danza contemporanea, rivelano uno spettacolo di raffinata sensibilità.
Si comincia con «16», ispirato ai giochi «Dragon dance» e «Snake», ed è immediato comprenderne il richiamo. Tao Ye dispone gli straordinari danzatori – sedici, per l’appunto – in una linea continua, una sorta di corpo orizzontale che attraversa lo spazio come una coda fluida, in costante trasformazione. Il movimento non si interrompe mai: scorre in dinamiche ipnotiche, quasi tribali, secondo i principi della Tecnica del Movimento Circolare, in cui la testa guida e il resto del corpo segue, in una catena organica e ininterrotta. Il movimento ondulatorio richiama quello di un drago e, di certo, non è un caso che l’anno di realizzazione dell’opera, il 2024, sia, nella tradizione cinese, quello del drago di legno.
La partitura sonora di Xiao He accompagna e amplifica la trasformazione scenica con un paesaggio sonoro che si arricchisce progressivamente, con suggestioni elettroniche e accenni jazz. Dialogo a cui si unisce il disegno luci, sobrio ma incisivo, che scolpisce lo spazio con tonalità insolite.
Si apre poi «17» e la percezione cambia. I danzatori – diciassette, come suggerisce il titolo – giacciono distesi sul pavimento, mentre sopra di loro pendono sottili microfoni. Dai palchi, qualcuno mormora che quella in corso sia una vera performance d’arte. Ed effettivamente lo è. Il denso silenzio iniziale, si trasforma lentamente in suono: emergono frammenti vocali, accenni di canto, forse parole. Un corpo scatta improvvisamente, rompe l’equilibrio, per poi ricadere a terra. Il gesto, inatteso introduce una nuova dinamica che si propaga tra i danzatori.
Movimento e suono diventano inseparabili. I corpi si intrecciano in modo inaspettato, con scatti, rotazioni, improvvisi cambi di direzione, giocati sempre a pochi centimetri dal suolo. Si vorrebbe poter comprendere quella lingua indecifrabile, e in qualche modo, forse, lo si fa, perché il pubblico premia con un’entusiasta ovazione finale.
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