La danza contemporanea che seduce: bene la prima del Teatro Grande

«Buonasera, we are so glad you’re here tonight», «siamo molto contenti che siate qui stasera». Non si è aperto così lo spettacolo che ha inaugurato la stagione 2026 del Teatro Grande. Si è chiuso, così. I quindici danzatori sul palco, in una voce sola, hanno urlato al pubblico – molto, molto coinvolto – la loro dichiarazione d’intenti sul finire di un trittico coreografico tra i più ammalianti che siano passati sul palco del Massimo cittadino negli ultimi anni.
A confermare il fascino sono stati gli applausi e l’atmosfera generale di domenica sera. Il Teatro Grande era quasi al completo: in platea, nei palchetti e in galleria c’erano un po’ tutti: i rappresentanti delle istituzioni, gli ospiti della Fondazione, gli affezionati… E pure diverse persone da fuori Brescia, che hanno approfittato della tappa bresciana della compagnia giovane del Nederlands Dans Theater (la NDT 2) per vedere dal vivo tre lavori di tre coreografi tra i più acclamati.
Tre coreografie
Si è partiti con «Folkå» di Marcos Morau, visto a Brescia poche settimane fa con «Firmamento». Stavolta si è preso molti più applausi e molto più entusiasmo. L’opera era in effetti di lettura più semplice rispetto al teatro danza lisergico e spaesante ballato da La Veronal. In questo caso i giovanissimi ballerini e ballerine hanno interpretato una partitura corale (a tratti di sapore shechteriano) che li ha resi un organismo.

Un organismo che si muove in un quadro appagante, bello da vedere, ideale per l’apertura di stagione che porta al cospetto della danza contemporanea un pubblico che non è necessariamente abituato a essa. Guardando «Folkå» si leggono tante figure, tanti concetti. Le gonne clericali o scolastiche. La danza tribale. La stregoneria. Il folklore. Un lavoro cupo e gotico, ma allo stesso tempo vivo, ritmico, pulsante. Che attira lo sguardo e non lo restituisce fino alla chiusura di sipario.
«Wir sagen uns Dunkles» di Marco Goecke gioca invece sul contrasto tra le musiche – classiche e contemporanee, con i Placebo, Schubert e Schnittke –, ma anche sulla convivenza di assoli e duetti in uno stesso pezzo.

Anche in questo caso la mezz’oretta di pièce è magnetica, perché tutto – dalle frange sui jeans che movimentano un moto già seducente e fino alle luci e alle relazioni tra ballerini sul palco – contribuisce all’ipnosi.
E tutto si è concluso – prima dei lunghissimi e accorati applausi – con «FIT» di Alexander Ekman. «This is a piece about fitting in, about be one, about belonging. We belong. I am unique, special, iconic. Nobody moves like me»: questa l’intro e la chiusura dell’ultimo pezzo in scena, altri trenta minuti di energia che, come annunciato dalla declamazione in coro, parlano di appartenenza, gruppo, singolarità, caos e armonia.
A unire i tre pezzi – con le loro singolarità, cupezze, stravaganze o sincronie – un filo sottile ma percepibile: la leggera ironia. Quell’ironia che rende tutto più godibile. Perché quando ti rendi conto di avere spesso il sorriso mentre osservi la scena, allora significa che la serata è stata particolarmente incantevole.
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