I calciatori in miniatura scivolano sul panno verde rettangolare grazie a una base semisferica, sospinti da un dito. Colpiscono un pallone, lo agganciano, scorrono veloci fino al tiro in porta e al gol. Il Subbuteo è parte dell’infanzia, della cultura e dei ricordi di molti. Ma il punto è proprio questo. Spesso il famosissimo gioco calcistico da tavolo nato grazie all’intuizione dell’ornitologo inglese Peter Adolph nel Kent, nel 1947, è associato alla nostalgia e al collezionismo. Ossia ai ricordi delle ore felici passate a sfidare gli amici dopo la scuola, ovattati in un mondo che oggi sembra così lontano, e al piacere di allargare la propria collezione di squadre, porte, palloni, spalti e qualsiasi elemento di contorno che contribuiva a rendere il gioco ancora più immersivo e colorato.
Perché il Subbuteo teneva compagnia, stimolava la mente, ma soprattutto faceva sognare.

Tutto questo, sì, ma non solo. Almeno non per Flavio Firmo, 57 anni, bresciano, informatico residente in centro. Lui è stato ed è giocatore. Tra i migliori della nostra terra, molto probabilmente il più forte della sua generazione. Ma è pure una sorta di storico di questo gioco, tra risultati e protagonisti. Ed è autore.
Ha pubblicato 15 romanzi, in realtà spaziando tra i generi, ma dedicandone quattro al Subbuteo. L’ultimo s’intitola «Peter», uscito quest’anno. E racchiude le sue passioni: quella per il gioco e le imprese dei campioni, quella per le parole («tra gli autori che mi hanno più formato ci sono gli americani Cormac McCarthy, John Steinbeck e William Faulkner»).
Chi era Peter?
Peter Czarkowski, tedesco, il primo campione del mondo di Subbuteo, vincitore dell’edizione londinese dei Mondiali del 1970. Trionfò a sorpresa. Era figlio di un’altra star, Günther, fondatore della Federazione tedesca. Peter sollevò la coppa, premiato da Gordon Banks, portiere della Nazionale di calcio inglese. Si giocò all’Hotel Savoy. Peter aveva solo 17 anni.
Come ha scoperto la sua storia?
Sebbene fin da ragazzo non perdessi un’edizione di Subbuteo News, il periodico che la Federazione italiana spediva ai giocatori, per lungo tempo ero rimasto all’oscuro del fatto che fosse realmente esistita un’edizione dei Mondiali nel 1970. Nessun italiano vi aveva partecipato. Una volta scoperto di quella competizione, scrissi un articolo sul mio blog. Mi contattò tale Cristian Spreng, un giocatore svizzero, che aveva partecipato. Mi mandò il programma di quel Mondiale. Un opuscolo che davano ai giocatori. Spreng lo aveva completato, scrivendo di proprio pugno tutti i risultati. Così decisi di pubblicare un libretto di pura cronaca. Fu allora che mi contattò Janine Czarkowski, la figlia di Peter, scomparso anni prima. Cercava notizie su suo padre.
E pochi giorni fa vi siete incontrati...
Il 24 e 25 ottobre scorsi ho organizzato in una villa di Arona, in provincia di Novara, la due giorni intitolata «Il Subbuteo si racconta». In quel contesto ho presentato il mio libro. Era presente anche Janine, che oggi vive a Roma.
La sua storia con il calcio da tavolo come è nata e come si è sviluppata?
Ricevetti la prima scatola nel 1980. Ma rimasi realmente folgorato dal Subbuteo tre anni dopo. Mossi i primi passi nel Subbuteo Club Brescia nel 1982, disputai il primo torneo nel 1985. Nel 1990 ero tra i primi dieci giocatori della Lombardia. Nel 1991, al termine del campionato a squadre, arrivammo fino allo spareggio per la promozione in serie A. Poi... il buio. È come se mi fossi dimenticato di questa passione per quasi un decennio. Ho ripreso nel 2004. Pochissimi tornei ufficiali, tanto divertimento con gli amici.
E oggi?
Il Subbuteo Club Brescia c’è ancora, si ritrova negli spazi dell’oratorio di Sant’Alessandro, in via Moretto. Una sera a settimana di partite, tra agonismo e goliardia. Adesso stiamo disputando un campionato in cui ciascun giocatore rappresenta una squadra del Nord Irlanda. Io sono un appassionato atipico. Il nostro è anche un mondo di collezionisti. Io avrò forse cinque o sei squadre e basta. E a casa nemmeno gioco. Ho il panno del campo, ma è piegato in una scatola in cantina. Eppure, mi ritengo ancora un agonista. E, soprattutto, uno storico e un narratore.




