Angelo Maria Canossi, principe del dialetto bresciano

«A chèl tèmp là nó sie gnamò tò pader, ma ghie zamò moér e sté Moschèta chè l'éra 'l piö gran crüssio dè tò màder, perché ai Todèsc sté gèner dè barbèta la ghè sbrüsàa piö tant chè a diga làder...». Attraverso Bovegno e mi rimbalza in testa l'incipit de «L'esordio dè le dés zornade», che mio papà sovente recitava per evocare Angelo Maria Canossi, principe della poesia dialettale bresciana.
Nato a Brescia nel 1862, lasciò la città per trascorrere gli ultimi anni proprio a Bovegno, concludendo il suo terreno viaggio il 9 ottobre 1943. Canossi è una di quelle figure che sembrano uscite da un racconto di fine Ottocento, quando la provincia italiana era ancora un teatro di passioni solenni e improvvisi lampi di ironia. Poeta, giornalista e ricordato come instancabile polemista, il Nostro fu un personaggio che seppe alternare toni lirici e gesti da guascone, un bardo cittadino con l'animo di un attore. Il suo nome, oggi un po' relegato alle note a piè di pagina della storia letteraria, merita invece di essere ricordato per l'intensità con cui seppe incarnare lo spirito del suo tempo, con un suo particolare mix all'insegna di spirito risorgimentale, attenzione e orgoglio per le proprie radici, propensione per il racconto scenografico.
Aspetto, quest'ultimo, che assume evidenza nelle pagine di «Melodia e congedo», volume pubblicato nel 1891, seguito da varie ristampe, tra le quali la bella edizione del 1979 a cura di Aldo Cibaldi per impulso dell'Editrice Istituzione della memoria A. Canossi Bovegno. Per i critici si tratterebbe titolo che già rivela una certa fiducia nella propria ispirazione. Canossi lo presentò come un libro di «canti dell'anima», ma il tono, come talvolta accade nei poeti che si prendono molto sul serio, presenta a tratti un intenso lirismo che, sempre secondo chi pratica la professione o, se preferite, l'arte del critico letterario, sfiorerebbe l'auto caricatura. «Melodia» è una raccolta di versi che oscillano fra l'amore e il patriottismo, fra l'invocazione e la posa: una sorta di one man show poetico in cui Canossi sembra dirigere sé stesso come un'orchestra.

Alcuni critici dell'epoca non mancarono di notare che la musica, a tratti, diventava rumorosa; ma anche nei momenti più enfatici si percepisce la sincerità di un uomo che credeva nella poesia come strumento di elevazione e di orgoglio civile. Poeta in dialetto e in lingua, Canossi amava definirsi «cantore bresciano» e non mancava di ricordare ai lettori, con la modestia tipica dei veri protagonisti, che il suo cuore batteva per la Leonessa d'Italia più che per le mode di Roma o di Milano.
La sua poesia, di vena schietta e sentimentale, alterna accenti patriottici a slanci romantici, con un gusto che oggi potremmo definire teatrale: ogni verso sembra pensato per essere declamato in una piazza o in un caffè affollato. Canossi fu, in fondo, il prototipo del poeta municipale, ma non in senso riduttivo: il suo canto nasceva da un radicamento profondo nel territorio, nella lingua e nella gente di Brescia. Truffare la sua penna, a volte leggera, a volte appesantita dal sentimento, diede voce a una città che stava cercando di conciliare la fierezza delle sue memorie garibaldina con la modernità incalzante.
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