«A chèl tèmp là nó sie gnamò tò pader, ma ghie zamò moér e sté Moschèta chè l'éra 'l piö gran crüssio dè tò màder, perché ai Todèsc sté gèner dè barbèta la ghè sbrüsàa piö tant chè a diga làder...». Attraverso Bovegno e mi rimbalza in testa l'incipit de «L'esordio dè le dés zornade», che mio papà sovente recitava per evocare Angelo Maria Canossi, principe della poesia dialettale bresciana.
Nato a Brescia nel 1862, lasciò la città per trascorrere gli ultimi anni proprio a Bovegno, concludendo il suo terreno viaggio il 9 ottobre 1943. Canossi è una di quelle figure che sembrano uscite da un racconto di fine Ottocento, quando la provincia italiana era ancora un teatro di passioni solenni e improvvisi lampi di ironia. Poeta, giornalista e ricordato come instancabile polemista, il Nostro fu un personaggio che seppe alternare toni lirici e gesti da guascone, un bardo cittadino con l'animo di un attore. Il suo nome, oggi un po' relegato alle note a piè di pagina della storia letteraria, merita invece di essere ricordato per l'intensità con cui seppe incarnare lo spirito del suo tempo, con un suo particolare mix all'insegna di spirito risorgimentale, attenzione e orgoglio per le proprie radici, propensione per il racconto scenografico.




