I vent’anni di impegno trascorsi accanto a Carlo Petrini sono vivi nel ricordo di Francesco Sottile. Docente di Paesaggio e biodiversità agraria all’Università di Palermo e vicepresidente di Slow Food Italia, Sottile ha affiancato il fondatore del movimento, scomparso giovedì scorso: «Ho avuto il privilegio di essere tra coloro i quali hanno concretizzato molte delle sue geniali visioni, da Terra Madre al progetto Orti in Africa. I miei sono ricordi di confronti allegri, di momenti di costruzione di pensiero, di dialoghi sui molti problemi globali collegati alla gestione del sistema alimentare».
Di questi argomenti, Sottile parlerà mercoledì 3 giugno nel castello di Padernello: alle 19, dialogherà con Silvia Gilberti e Marcello Abbadati partendo dal libro «Dalla parte della natura. Capire gli ecosistemi per salvare il nostro futuro» (Slow Food Editore, 176 pp., 14,50 euro). All’incontro, promosso con la condotta Slow Food Terre Acque Bresciane, seguirà una degustazione con prodotti del Mercato della Terra di Padernello (info e prenotazioni: tel. 030 9408766).
Professor Sottile, Petrini diceva che «mangiare è un atto politico»…
Sì, nel senso che la produzione di cibo deriva da scelte politiche ben definite che riguardano l’uso delle risorse naturali, le relazioni sociali con tutti quelli che producono il cibo, il sistema di distribuzione. Negli ultimi decenni, purtroppo, abbiamo assistito a un modello di produzione molto più orientato a sfamare la popolazione che a nutrirla. Questo porta a una serie di squilibri sociali e anche ambientali, all’origine di quella crisi ecologica di cui si parla sempre di meno.
Lei denuncia la perdita di agrobiodiversità, cosa comporta?
L’omologazione delle produzioni attraverso le monocolture dilaganti che portano allo sfruttamento intensivo di acqua e suolo. E l’omologazione dei consumi, quindi la scarsità di alternative per diete sane ed equilibrate nell’ottica di una salute integrale, intesa anche come investimento sulla salute del pianeta.
A questo si aggiunge lo spreco di cibo. In che percentuale?
Le statistiche oggi parlano del 35% circa. Uno spreco aberrante, di fronte agli 800 milioni di persone che non hanno un accesso adeguato e regolare al cibo. Lo è anche dal punto di vista ambientale, perché per produrre quella quantità sprecata vengono utilizzate risorse naturali non rinnovabili come l’acqua e il suolo.
Anche l’agricoltura familiare è un esempio di biodiversità a rischio?
L’agricoltura di piccola scala è uno strumento di resilienza, di conservazione di modelli agricoli sostenibili. Essa rimane il sistema agricolo più diffuso, ma non è in grado di incidere, anche per la mancanza di equità nella distribuzione delle risorse economiche a sostegno dell’agricoltura. La Corte dei Conti europea ha evidenziato che l’80% delle risorse è attribuito al 20% delle imprese, quelle agroindustriali, più potenti e capaci di fare lobby.
La transizione ecologica, a cui l’Unione europea aveva guardato col Green Deal, sembra passata in secondo piano…
Tutto, purtroppo, è stato diluito prendendo come scusa la situazione geopolitica globale. Oggi si aggiunge il tema della chimica di sintesi che non riesce a passare attraverso lo Stretto di Hormuz. Invece di guardare a modelli agricoli che rinunciano ai pesticidi senza rinunciare alle produzioni, si pensa di costruire nuove centrali di chimica di sintesi in Europa. Risposte che ci fanno tornare indietro di 50 anni.
Quanto la rete mondiale creata da Petrini con Terra Madre ha aiutato a comprendere questi temi?
Terra Madre è una piattaforma culturale di confronto tra contadini, casari, allevatori, portatori d’interesse, decisori politici che, provenendo da tutto il mondo, si sono trovati a parlare la stessa lingua. Questo sta producendo grandi risultati su scala globale. È importante continuare a parlare di convivenza, rispetto e conservazione degli ecosistemi, affinché siano produttivi e resilienti anche nel futuro. Terra Madre ha saputo sviluppare questi temi, creare dialogo e dare anche risposte.


