Obesi digitali

Come chiedi perdono?

Non è sufficiente un messaggio: serve la voce, serve lo sguardo, serve potersi abbracciare
Per chiedere scusa serve più di un messaggio inviato con lo smartphone - Foto Unsplash © www.giornaledibrescia.it
Per chiedere scusa serve più di un messaggio inviato con lo smartphone - Foto Unsplash © www.giornaledibrescia.it

C’è un’invenzione, o forse la potremmo chiamare scoperta, che secondo me ha davvero cambiato la storia. No, non sto parlando della ruota o del fuoco e, sia chiaro, nemmeno dell’intelligenza artificiale. Certo, novità mica da poco, ma quella che ho in mente è l’unica che davvero nella storia - piccola o grande che fosse - quando è stata usata ha cambiato gli eventi solo in meglio. Sempre.

Sto parlando del perdono. Quella luminosa capacità di andare oltre il torto, di accettare l’altro anche quando ci fa o gli facciamo male. Un mio amico prete dice che siamo tutti legati da un piccolo filo rosso. E quando litighiamo quel filo si rompe. Ma dice anche che il perdono ha la capacità di riannodare quel filo, con una conseguenza molto, molto importante: esso si accorcia. E questo vuol dire che una volta dato o ottenuto il perdono saremo addirittura più vicini a quella persona con cui avevamo litigato. Mica male.

E che ci azzecca tutto ciò con Obesi Digitali? Domanda comprensibile. Quindi passo alla dovuta risposta, ma lo faccio con un’altra domanda: e noi, come chiediamo perdono? O almeno scusa? Lo chiedo perché oggi spesso, troppo spesso, liquidiamo la cosa con un messaggio, magari con una «faccina». Un semplice «scusami».

Sia chiaro: piuttosto che un silenzio interminabile e risentito meglio tendere subito la mano, foss’anche con un breve testo. Ma sia ugualmente chiaro: la faccenda non può essere liquidata con un messaggio e basta, e poi amici come prima. No. Il perdono è un gesto troppo importante e nobile per ridursi a qualche carattere su una tastiera. Serve la voce, serve lo sguardo. Serve potersi abbracciare.

Immaginatevi di fronte a quella persona, con il groppo in gola, con l’incertezza di fare un passo verso di essa. Con l’attenzione e l’ascolto verso il suo sguardo, verso le sue parole. Immaginate la voglia di fare una carezza, o solo di stringerle la mano. Immaginate tutto questo, di persona.
Solo in quel modo il nodo che faremo al filo rosso avrà la capacità di “tenere”. E di avvicinare davvero. Quindi, se litigate, fate pure un primo passo con il telefono, a patto che non resti anche l’unico.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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