Il nome della sua casa di produzione, quando la aprirà, è già deciso: No bullshit production. «Siamo pieni di fuffa, non approfondiamo più niente. Sui social scrolliamo dalla mattina alla sera il nulla: bisogna allenare le antenne». Non è una da troppi giri di parole Sara Melotti, 38enne fotografa, documentarista e scrittrice bresciana. La sua essenza cruda, brutalmente autentica ma al tempo stesso luminosa, emerge tra le righe del suo libro «Chiudi gli occhi e cercami» (Antonio Vallardi Editore, 384 pagine, 19,90 euro), che arriva cinque anni dopo il primo romanzo «Le Felicità è una scelta».
Da queste nuove pagine, un minotauro tra reportage di viaggio e diario di ricerca interiore, tira pure qualche schiaffo. A sé stessa e al suo ego, ma anche alla sua generazione.
Lei su Instagram ha 79mila follower e su Telegram una community di fedelissimi che ascoltano i «podcast» che registra da ogni angolo di mondo. Non è in contraddizione con il suo pensiero sui social?
Lì non ci sto comoda: ho visto le piattaforme cambiare molto, accelerare, polarizzarsi. Portano lavoro e contatti, ma starci è una forzatura, mi costa fatica. Quello che succede lì dentro è al massimo l’innesco di una scintilla, il buono accade fuori.

Innegabile però che le abbiano portato una certa visibilità.
Sì e non è sempre stato scontato resistere alle lusinghe. Sfornano falsi maestri di continuo, quelli da tante frasette motivazionali e poca sostanza. Quando ho lasciato il mio lavoro nella moda a New York, ho usato i social per dare voce al mio progetto fotografico «Quest for Beauty», che puntava a ridefinire il significato di bellezza. Oggi non solo l'estetica ma anche la spiritualità è spiattellata nei reel: basta accendere un incenso e ci si autoproclama guru. Questo approccio rischia di portare fuori strada, semplificare, annacquare, banalizzare. Preferisco provare a capire.
Questo libro è il risultato di quello che ha capito?
Io per capire studio e esploro. La scrittura, semmai, è un piccolo tentativo di restituzione.
Da dove prende forma la sua opera?
Dal vuoto. Un punto cieco in cui ero finita: corpo, mente, spirito e cuore non si parlavano più. L’amore, di conseguenza, era un disastro. Lo è ancora (ride). Mi interrogavo sulle ragioni della mia sofferenza. Da viaggiatrice seriale ho deciso di partire per l’ennesima volta, l’obiettivo era approfondire i diversi modi in cui le diverse culture provino ad andare oltre il dolore. Ne è uscito un lavoro su me stessa e scrivere è diventato un bisogno. L’ho realizzato sul Cammino di Santiago.
Santiago è una di quelle «esperienze spirituali» ormai di moda, quasi mainstream. Questo non è banalizzare?
Come sempre, conta l’intenzione. Ho percorso il Cammino Francese da pellegrina due volte e sono state completamente diverse fra loro. Le ho condensate all’inizio del libro, per aprire la sezione «Corpo».
Poi nella narrazione arriva «Mente».
Mi sono chiusa per dieci giorni in un monastero in Thailandia per imparare un’antica tecnica di meditazione, il Vipassana: un ritiro restrittivo in cui è vietato parlare, usare il telefono, guardarsi negli occhi, leggere, scrivere. Si medita dieci ore al giorno, si resta per la prima volta soli con la propria mente: è al tempo stesso pauroso e interessante. L’obiettivo è smontare il proprio ego e capire nel profondo l’impermanenza, concetto cardine della filosofia buddista.
La risposta alla sofferenza dunque è diventare buddisti?
La soluzione è rimettere l’amore al centro. A dirla tutta, è stata una giovanissima suora cristiana a incarnare nel mio viaggio una delle forme d’amore gratuito più pure che io abbia mai conosciuto. Sister Cordis mi ha guidata durante il volontariato al Nirmal Hriday a Calcutta, la casa per i morenti fondata da Madre Teresa nel quartiere Kalighat. In quella religiosa ho visto la potenza della fede, della compassione, della dignità.

Le ha fatto paura la morte vista così da vicino?
Sono stata in India 17 volte, Varanasi è quasi una seconda casa. Sui ghat delle cremazioni all’inizio ero scioccata, ma la morte è un tabù solo per noi occidentali. Forse sarà il soggetto del mio prossimo lavoro.
Non solo Asia, la sua ricerca deve molto anche al Sud America.
Al Perù soprattutto. Lì nella foresta amazzonica ho bevuto l’ayahuasca, un decotto allucinogeno che da secoli viene preparato dalle popolazioni indigene con liane e foglie. Gli sciamani la chiamano «la medicina» e si dice possa curare malesseri fisici e mentali o soddisfare un’intenzione. Purtroppo anche lì è già arrivato il turismo commerciale di chi ha voglia solo di farsi selfie o provare un’esperienza psichedelica. La cerimonia, però, è un patrimonio culturale e spirituale millenario che va avvicinato con rispetto. Così come i riti delle curandere, che mi hanno accolta sulle Ande.

L’energia femminile è una costante nel suo racconto.
Noi donne siamo cicliche, lunari, creative, generatrici. Spesso ci convinciamo che per affermarci dobbiamo comportarci come gli uomini, pareggiare la forza, accrescere la nostra componente maschile che senza dubbio esiste. Penso però, soprattutto per le donne della mia generazione, che ci farebbe bene cercare un equilibrio, non snaturarci, ritrovarci.




