Una città piccola, capace di mostrare scorci irresistibli e sconcezze senza pari. Sporca, «corrotta», e nel contempo meravigliosa, senza alcun cupolone a sorvegliarne la magnificenza. Poi tutto cambiò. E perché ciò accadesse la città eterna dovette passare attraverso la cruenta ordalia del saccheggio, delle violenze, delle ruberie commesse senza alcun riguardo per le persone o i luoghi consacrati. Efferatezze che causarono oltre 10mila vittime. Una data, quella del nono e ultimo saccheggio perpetrato ai suoi danni, che ha segnato indelebilmente la storia di Roma: il 6 maggio 1527.
Della calata dei lanzichenecchi e del sacco di Roma parlerà oggi, sabato 10 ottobre alle 18.30, la professoressa Lisa Roscioni, docente di Storia moderna alla Sapienza di Roma, con la lezione «6 maggio 1527. Il Sacco di Roma» (appuntamento nella Sala grande del Teatro Grande, in città; ingresso 10 euro). L’abbiamo intervistata.
Il sacco di Roma del 1527 fu l’ultimo subito dalla città ma è senza dubbio quello rimasto più impresso a livello storiografico: fu davvero così decisivo per le sorti della città?
Parliamo dell’evento che cambiò per sempre Roma: tralasciando l’enorme impatto simbolico, politico e militare, la città rinascimentale e, in qualche modo, pagana smise di esistere proprio in seguito alla calata dell’esercito di Carlo V d’Asburgo. Roma rimase ferita in modo profondo, ma seppe comunque riprendersi negli anni successivi. Anni che portarono alla fioritura di nuovi stili artistici, a cominciare dal manierismo fino ad arrivare, successivamente, al Barocco.
Come descriverebbe la Roma di inizio ’500?
Era piccola, sporca e affollata, ma con pochissimi romani. Regnava il tipico caos di una città di regime, che al contempo poteva vantare delle meraviglie assolute. Vaste zone erano in rovina, alcune testimonianze di epoca romana erano state letteralmente saccheggiate per costruire case e palazzi. E poi c’erano casupole e catapecchie: era, dunque, molto lontana dalla Roma che conosciamo noi. E, aspetto tutt’altro che secondario, non c’era ancora la cupola di San Pietro.
E a vegliare su questo caos c’era il papato...
Il papa era in tutto e per tutto un re, guidava un regno con quello che ne conseguiva. Ovvero aveva attorno a sé una corte, composta dalla curia, dai funzionari e dagli uffici. Era una presenza ingombrante, ma anche la garanzia di investimenti sulla città. Tra ’500 e ’600 l’influenza crebbe ancora, con grandi esempi di mecenatismo.
Come accade spesso, anche la narrazione dei saccheggi del 1527 si è arricchita di episodi poco realistici. Quali sono quelli più emblematici?
Su tutti spicca quanto sostenuto da Benvenuto Cellini, che si vantava di aver colpito e ucciso con un colpo di archibugio Carlo III, conestabile di Borbone. Un episodio mai verificato. Poi ci fu chi tirò in ballo la profezia di Lutero, che dopo aver visitato Roma la paragonò a Babilonia per la corruzione dei costumi ed il degrado del clero. Ovviamente restò anche incantato dalle bellezze che vide di fronte a sé, ma poi finì per enfatizzare gli aspetti più negativi del suo viaggio. E iniziò a gettare il seme della riforma protestante.
Uno degli aspetti più controversi riguarda la brutalità con cui i lanzichenecchi si riversarono nelle strade della capitale, tra ruberie e violenze di ogni genere...
Le truppe arrivarono a Roma già cariche perché, dopo che Lutero aveva accostato Roma a Babilonia, in Europa erano circolati scritti, fogli volanti e altro ancora che avevano messo in luce il lato più decadente del papato. A questo aggiungiamo una campagna fino a quel punto deludente e la mancanza di pagamento. Il bottino era quindi l’unico mezzo per procurarsi quel compenso che altrimenti non avrebbero ricevuto.
Questo però non giustifica le crudeltà gratuite cui si abbandonarono, trucidando oltre diecimila persone...
Ma la guerra era così, non possiamo leggerla seguendo quella che è la sensibilità odierna. Certamente la ricostruzione postuma di quell’evento vide l’enfatizzazione degli aspetti più cruenti, per quanto per la città fu un momento davvero tragico.
Eppure Roma riuscì a riprendersi anche da un episodio così pesante. Come si spiega questa resilienza?
Qualunque cosa succeda, Roma è sempre lì, sopravvive a sé stessa. Passano gli uomini, i papi, ma la città resta, con quel crogiolo di bellezze, nefandezze e contraddizioni che non sono mai riuscite ad oscurarne il mito e la bellezza. E anche con il sacco del 1527 successe così. Una ferita profonda ma dalla quale riuscì a guarire. Lanciandosi verso una modernità che è quella che, attualmente, incarna al meglio lo spirito della città.




