«Riporterò artisti della scena indie pop in teatro con l’orchestra»

L’intervista a Umberto Angelini, sovrintendente del Grande, che illustra ambizioni e progetti per il futuro
Rosario Rampulla

Rosario Rampulla

Vicecaporedattore

La Festa dell'Opera in città - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
La Festa dell'Opera in città - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Viaggi, letture, studio. E una fame costante di novità. La vita di Umberto Angelini, sovrintendente del Teatro Grande di Brescia, non è certo monotona. O sedentaria. Quasi fosse braccato da un personalissimo colombre (vedere alla voce Dino Buzzati), cerca con costanza e pazienza, «ma senza dimenticare mai il ruolo istituzionale del Teatro Grande», di rinnovare un cartellone cui non basta seguire la tradizione per mantenersi al centro della vita culturale bresciana. Ed è proprio dei progetti a breve e medio termine che Umberto Angelini ha deciso di parlare in un faccia a faccia senza filtri.

Sovrintendente, sono oramai quindici le stagioni che lei ha curato per il Teatro Grande. Quali sono le prossime sfide che la attendono?

Il primo obiettivo è riportare la musica indie pop al centro della programmazione. Non intendo concerti estemporanei, ma appuntamenti che contrassegnino la stagione. L’ambizione è proporre esibizioni in acustico, ma anche e soprattutto con l’orchestra.

In qualche modo potremmo considerarlo un ritorno al passato?

In parte lo è, visto che nei primi anni del mio lavoro a Brescia avevamo organizzato esibizioni di questo tipo, come Anna Calvi o i Baustelle. Credo molto nelle contaminazioni, tanto più che il Teatro Grande offre una qualità acustica di assoluto rilievo. Nel 2027 ricominceremo a proporre concerti di questo tipo.

Sappiamo che è già al lavoro sul programma del prossimo anno. Può già fare qualche anticipazione?

Potrei rivelare uno dei miei sogni, ovvero portare al Grande David Byrne. Con l’orchestra sarebbe splendido, ma anche un’esibizione unplugged regalerebbe emozioni incredibili. Magari ci riusciremo. Intanto a ottobre avremo «Barocco & Other Stories» con il controtenore Raffaele Pe e il bassista Saturnino, che è già un esempio della direzione nella quale stiamo andando.

Il Ridotto del Grande durante un'esibizione della Grande notte del jazz - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Il Ridotto del Grande durante un'esibizione della Grande notte del jazz - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Negli anni lei ha sempre insistito molto sul tema della contaminazione, quasi ad allontanare l’idea che il Teatro Grande sia un luogo rivolto esclusivamente al passato. Crede ci siano i margini per fare di più?

Non possiamo, per varie ragioni, prescindere da alcuni capisaldi della nostra programmazione, come l’opera, il balletto, la musica sinfonica. Ma se vogliamo, e per me è un obiettivo irrinunciabile, che il Grande sia una sorta di casa per tutti i bresciani, dobbiamo aprirci sempre di più. Anche a chi abitualmente non frequenta i nostri appuntamenti.

Pensa a delle occasioni particolari?

Vanno aggirati certi stereotipi, iniziando a programmare artisti di musica africana e mediorientale, così da suscitare l’interesse delle comunità migranti che vivono in città e in provincia. Attrarre la loro attenzione, portarli a varcare il portone di un luogo che, in qualche modo, può mettere soggezione è la chiave per essere sempre più inclusivi e connessi con la realtà che ci circonda.

Non teme che questo tipo di scelte a livello di repertorio possa inimicarle una certa parte politica?

Continuo a pensare che la musica sia un magnifico ponte tra e diverse culture, un qualcosa che unisce, non che divide. Quindi sono convinto che non ci sarebbero reazioni negative.

Come vede l’evoluzione del vostro pubblico? La preoccupa l’idea che, nei prossimi anni, emerga un problema di ricambio generazionale?

Già oggi un terzo degli spettatori è under 30, un dato che ci gratifica ma non ci solleva certo dalle preoccupazioni. Comunque, pur restando fedeli alle responsabilità che noi abbiamo verso la Fondazione, verso la città e verso il pubblico, non possiamo trascurare il fatto che attirare i giovani sia fondamentale. Magari con l’opera è più complicato, anche per la durata, ma vedo che tendenzialmente rispondono bene quando proponiamo allestimenti più vicini alla loro sensibilità.

Tra i tanti luoghi comuni che circolano, c’è quello secondo il quale la cultura non produce reddito. È una situazione che trova frustrante?

Mi sconforta vedere che alla cultura viene sempre chiesto molto. Deve essere veicolo per il turismo, per il commercio, per il sociale. Ma senza ricevere nulla in cambio. Ma, piuttosto che recriminare, meglio concentrarsi su alcuni fattori che sono incontestabili: il Teatro Grande ha innanzitutto un ruolo di presidio sociale, perché è un luogo che mette in contatto persone di estrazione differente. Se pensiamo all’Opera, è un genere capace di mettere insieme ogni classe sociale. È per questo che, di fatto, non ritocchiamo i prezzi da anni, perché dobbiamo accogliere e attirare quante più persone possibili. La stagione operistica è riuscita a crescere negli anni, aumentando e rinnovando il proprio pubblico.

E sul fronte economico?

Il Teatro è sempre pieno, il che la dice lunga. Ma c’è di più: ogni anno ospitiamo circa tremila artisti, persone che soggiornano in città, ne frequentano i ristoranti. Un indotto non trascurabile.

Come si esplicita, nel concreto, quel ruolo sociale a cui il Grande è chiamato?

Proponendo cultura, sviluppando progetti come quello che ci vede nei quartieri marginali a supporto di realtà che lì già lavorano e portano avanti iniziative meritorie. Inclusione non è solo una parola, è un atteggiamento che contempla, ad esempio, anche rispetto per le altre realtà che operano attorno a noi. Un rispetto che, mi spiace dirlo, non sempre abbiamo avuto in cambio.

C’è un concerto o un’artista che, più di ogni altro, l’ha emozionata durante questi suoi anni bresciani?

Ho in mente un momento preciso ed è legato a Claudio Abbado. Mentre si esibiva con l’Orchestra Mozart, a un certo punto un musicista commise un errore. Abbado lo guardò, e gli rivolse un sorriso. È stato non solo emozionante, ma anche un momento di grande ispirazione.

Dove si vede tra dieci anni e dove le piacerebbe vedere il Teatro Grande?

L’augurio è quello di ricevere un sostegno economico adeguato a livello sia pubblico sia privato. Il nostro è un lavoro di ricerca, sperimentazione. Un lavoro che ti deve lasciare libero di fallire, per poter poi raggiungere vette di creatività. Ma per farlo servono investimenti di un certo livello. Poi mi auguro anche che, dopo di me, ci sia un sovrintendente donna, magari anche più giovane di quanto fossi io quando sono stato nominato.

Di quale aspetto è più orgoglioso a livello professionale?

Della crescita e della passione delle persone con cui lavoro. Vedere la loro motivazione, la voglia di imparare e lo stile nel relazionarsi agli altri mi regala davvero una soddisfazione enorme. Anche perché mi sento comunque responsabile di quanto raggiunto.

Fare cultura in Italia è più un privilegio o un fardello pesante da portare?

Gli ostacoli sono molti, a cominciare dall’incapacità di distinguere tra intrattenimento culturale e cultura. Non si tratta di una sottigliezza, ma di un qualcosa di importante, che troppo spesso viene trascurato. Penso comunque che il nostro sia un Paese meraviglioso dove realizzare iniziative culturali, anche solo pensando alle scenografie naturali di borghi, piazze e altro ancora. Non a caso incontro sempre più artisti internazionali che decidono di venire in Italia, soprattutto al sud, per vivere e progettare le loro performance.

Un ultima domanda: le piacerebbe anticipare l’orario di inizio di certi spettacoli, magari alle 19?

I miei collaboratori non sono molto d’accordo ma è un tema su cui stiamo riflettendo. Secondo me sarebbe un bel risultato anche solo anticiparli di mezzora. Ci sono pro e contro, ma penso sia la strada da intraprendere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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