«Desideramo havere uno volume de l’una e l’altra opera, cioè uno Virgilio et uno Petrarcha de la medesima forma et stampa, ma voressimo che fussino in charta bona». 8 luglio 1501: Isabella d’Este commissiona al suo fedele agente Lorenzo da Pavia l’acquisto di due libretti di piccolo formato appena pubblicati a Venezia da Aldo Manuzio: gli opera omnia di Virgilio e il Petrarca volgare.

I raffinati gusti della marchesa di Mantova emergono palesi dalla considerazione finale: Isabella desiderava i due volumetti non in carta comune, come tutti, ma nella tiratura più prestigiosa e limitata, e anche più costosa, ossia quella stampata su pergamena. La marchesa di Mantova è una delle pochissime donne dedite al collezionismo di libri del suo tempo. Anzi, si può dire che la bibliofilia sia stata attività pressoché esclusivamente maschile.
In un mondo di uomini
Già se n’era accorto Giuseppe Fumagalli un secolo fa, quando nel 1926 pubblicava il suo pionieristico saggio intitolato «Donne bibliofile italiane»: «Se grande è il numero degli uomini che meritano di esser detti bibliofili, vale a dire che amano il libro per sé, assai minore è il numero delle donne che possono aver diritto a tale titolo». E nel Vocabolario bibliografico, pubblicato postumo a Firenze nel 1940, al lemma «Donne» rincarava la dose: «Il povero Adolfo Padovan senz’altro sosteneva che la donna è nemica dei libri, tesi paradossale ed esagerata, ma che non manca di un fondo di verità».
Il sinologo Kien, protagonista del romanzo «Auto da fé» di Elias Canetti, gli avrebbe certo dato ragione. D’altronde come smentirlo. La storia è piena di vedove che si affrettano a disfarsi della biblioteca del defunto marito, per disaffezione o brama di denaro, all’indomani della sua scomparsa, quando le guance dovrebbero essere ancora calde per le lacrime versate. La duchessa Ippolita Ruffo di Bagnara, vedova del celebre medico e bibliofilo napoletano Domenico Cotugno, non fa eccezione: «La scioperatezza e balordaggine della Duchessa di Bagnara ... fu la sola cagione di far andare a male tutte le carte autografe e manoscritte di mio zio». Così, forse esagerando, ricorda il nipote.
Collezioniste
Quel saggio torna ora d’attualità nella gradevole riedizione curata da Francesca Nepori (Roma, Elliot editrice, 2026, pp. 62, euro 10). Ecco allora Fumagalli, pur senza smentire il leitmotiv in voga, consegnarci un excursus sulle poche donne italiane dedite alla passione bibliofila, per la maggior parte principesse, cortigiane, financo badesse. Donne di casa d’Este (come Eleonora d’Aragona, Lucrezia Borgia e, appunto, Isabella Gonzaga d’Este) o della famiglia Medici (tra cui Caterina). Ma anche della famiglia Savoia. La più nota è Maria Teresa di Savoia (1803-1879), duchessa di Parma e Piacenza, la cui passione per i libri è testimoniata, oltre che da codici miniati con il suo ex libris, dai rapporti con il celebre tipografo Giambattista Bodoni, delle cui edizioni fu generosa promotrice.
La bergamasca che salvò i libri bresciani
L’universo della bibliofilia femminile, per quanto ristretto, è però anche percorso da figure meno note. Una di queste è la contessa Antonia Ponti Suardi (1860-1938), protagonista della cultura e del mecenatismo bergamasco. Fu lei a istituire nel 1897 la biblioteca circolante «Andrea Ponti», dedicata al padre, la cui peculiarità era quella di essere riservata alle donne, alle quali, in quegli anni, non era consentito l’ingresso alla Biblioteca Civica. La contessa era ella stessa una collezionista.

Nel 1892 fu lei infatti ad acquistare a Brescia l’intera libreria Piatti, la preziosa collezione libraria assemblata a fine Settecento dai fratelli Faustino e Francesco Piatti che erano riusciti a sottrarre alle soppressioni napoleoniche manoscritti e libri antichi conservati nei fondi di alcune biblioteche conventuali bergamasche.

La rocambolesca vicenda di questa collezione è peraltro tutta al femminile. Pur con comportamenti assai diversi. Per via ereditaria era infatti giunta alla contessa Barbara Fè D’Ostiani (1820-1892). Ma quest’ultima, alla morte del marito Antonio Simoni, non aveva perso l’occasione per metterla all'asta. Una storia purtroppo già sentita.



