Il potere delle scelte: l’indagine di Kissinger sul senso della storia

Dal rifiuto del determinismo di Spengler all’eredità di Kant: nella tesi di laurea inedita le origini della visione dello statista
Damiano Palano
Henry Kissinger nel 2012 in Baviera
Henry Kissinger nel 2012 in Baviera

I biografi di Henry Kissinger raccontano che nel settembre 2012 l’anziano professore, ormai arrivato al suo 89esimo anno di vita, si presentò allo stadio di Fürth, in Baviera, per assistere alla prima partita casalinga in Bundesliga del Greuther Fürth, la formazione locale. Molto tempo prima, Kissinger aveva infatti promesso a se stesso che lo avrebbe fatto, nel caso in cui la squadra della sua cittadina natale fosse riuscita ad approdare alla massima serie tedesca. Rimase in piedi al momento dell’ingresso in campo dei biancoverdi, come tutti gli altri tifosi. Pronosticò una vittoria per due a zero per i padroni di casa, anche se poi con quel risultato vinsero gli ospiti dello Schalke.

La storia

Kissinger se ne era andato dalla Germania quando aveva solo 15 anni. Era nato a Fürth nel 1923, in una famiglia ebrea di insegnanti, ed era fuggito in America nel 1938, tre mesi prima della Notte dei Cristalli. Molti dei suoi familiari non fuggirono, e non sopravvissero. Tornando nella cittadina natale, la trovò completamente cambiata, come d’altronde era cambiato lui. Ma anche dopo 74 anni di vita americana, parlava ancora con un inconfondibile accento bavarese.

Henry Kissinger durante una visita in Italia negli anni '80 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Henry Kissinger durante una visita in Italia negli anni '80 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Delle sue origini tedesche, Kissinger non conservò però solo l’accento, ma anche un certo modo di affrontare i temi della politica internazionale, nutrito dal bagaglio della grande filosofia continentale.

Inedite riflessioni

Proprio questa eredità intellettuale emerge dal volume «Il significato della storia. Riflessioni su Spengler, Toynbee e Kant» (Mimesis, a cura di Giuseppe Di Ruvo), che riproduce la tesi di laurea che Kissinger discusse nel 1950 ad Harvard, rimasta inedita fino al 2022. Il volume era dichiaratamente un’indagine sul problema del significato nella storia: un tentativo di rispondere alla domanda se la storia abbia un senso accessibile alla comprensione umana, e a quali condizioni. Kissinger affrontava il quesito confrontando fra loro il pensiero di Oswald Spengler, Arnold Toynbee e Immanuel Kant, ognuno dei quali era visto come rappresentante esemplare di una specifica risposta.

La tesi spengleriana, secondo la quale ogni civiltà percorre un ciclo organico segnato dalle tappe della nascita, dell’apogeo e infine del tramonto, era ricostruita con fedeltà. Ma si trattava di una visione che Kissinger non poteva accogliere. Se la storia fosse stata davvero, come voleva Spengler, il dispiegarsi necessario di forme culturali il cui destino sarebbe già iscritto nella loro struttura originaria, allora l’individuo – il diplomatico, il filosofo, lo statista – non sarebbe stato altro che un’ombra proiettata da forze che lo precedono e lo superano. La grandezza di Metternich o di Bismarck sarebbe stata per esempio solo un epifenomeno e non una causa. E per un giovane studioso che aveva visto la propria famiglia decimata da un regime che proclamava di incarnare le leggi inesorabili della storia era una conclusione moralmente insostenibile, oltre che filosoficamente insoddisfacente.

Il pensiero di Toynbee

Toynbee riceveva un trattamento più articolato, perché il suo impianto era più permeabile alla complessità. Secondo Toynbee le civiltà non declinavano in virtù di un meccanismo inesorabile, ma fornivano risposte, più o meno creative, alle sfide che poneva loro. Questa dimensione di risposta, di iniziativa, di creatività collettiva sembrava così aprire uno spazio per la libertà che Spengler aveva chiuso.

Ma Kissinger identificava nel sistema dello studioso britannico una difficoltà analoga a quella riscontrata nel Tramonto dell’Occidente: la libertà entrava nel modello come variabile di risposta alle sfide, non come attributo autentico dell’individuo. La domanda su cosa rendesse possibile la scelta responsabile di un singolo soggetto, e dunque su cosa fondasse la sua capacità di orientare gli eventi, piuttosto che subirli, rimaneva senza risposta.

La soluzione

Era invece Kant a fornire la chiave per risolvere la questione. La distinzione kantiana tra il regno della natura (in cui tutto accade secondo leggi causali necessarie) e il regno della libertà morale (in cui l’individuo si dà una legge da sé) offriva a Kissinger ciò che cercava: una fondazione filosofica per l’autonomia dell’agente storico che non dipenda dall’empiria e che non possa essere smentita da nessuna morfologia delle civiltà.

La libertà, per Kant, era cioè una condizione di possibilità dell’esperienza morale. Kant forniva così un argomento contro il determinismo storico che non poteva essere demolito dall’empiria. Il punto di arrivo di Kissinger era così una sorta di «realismo tragico». Una visione secondo cui il futuro era realmente aperto, e la responsabilità dell’individuo agente sempre reale.

Il significato della storia

Questa conclusione sarebbe peraltro tornata nelle riflessioni successive di Kissinger. Non abbandonò mai la convinzione che i grandi negoziatori e gli statisti, come Metternich, Castlereagh e Bismarck, avessero effettivamente modificato il corso della storia con le loro scelte. La resistenza alle teorie sistemiche della politica internazionale era una conseguenza del rifiuto del determinismo alla base della critica a Spengler. E l’ossessione per la legittimità come condizione dell’ordine internazionale era già implicita nella distinzione kantiana tra legalità e moralità, tra un ordine imposto dalla forza e un ordine accettato come vincolante da tutti i suoi partecipanti.

Il significato della storia è d’altronde un documento di formazione intellettuale, la testimonianza di come un giovane profugo ebreo tedesco giunto negli Stati Uniti nel 1938 abbia cercato nella filosofia non un rifugio ma la risposta alla domanda se nel mondo ci fosse ancora spazio per qualcosa che si potesse chiamare scelta. E come l’accento bavarese che lo accompagnò nel suo secolo di vita, si trattò di una domanda che Kissinger non avrebbe mai abbandonato.

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