Di questi tempi: le interazioni sono social, le connessioni sono wi fi e l’intelligenza è artificiale c’è chi naviga – spoiler: con grande successo – contro corrente. In questo mare le interazioni sono umane, le connessioni sono tra cervello e parole, l’intelligenza è quella artigianale e che funziona «anche se salta la corrente». Paolo Borzacchiello, 52 anni, ha la storia di un «bambino di quartiere (Volte-Via Cremona) sfigato, ciccione e balbuziente» che poi diventa «networker e molto altro» prima di arrivare a una professione basata sull’uso neuroscientifico del linguaggio che lo porta oggi a essere uno scrittore che tira («all’attivo una ventina di libri per un totale di grosso modo 500.000 copie vendute»), un riempi teatri e un personaggio social rilevante dall’alto dei suoi 445.000 followers solo su Instagram.
In definitiva chi è Paolo Borzacchiello?
«Uno scrittore, un performer teatrale, un consulente d'azienda, un formatore. Il campo comunque è quello delle neuroscienze applicate alle interazioni umane: una definizione incasinata per descrivere il modo in cui noi funzioniamo e le persone pensano, vivono e sperimentano la loro realtà. È trasversale: può essere applicata alla salute, al benessere personale, a quella che viene chiamata crescita personale, all'azienda, al business: è come funziona il cervello nella relazione con se stessi e con gli altri».
E prima di ciò chi era Paolo Borzacchiello?
«Sono stato un normale ragazzo di quartiere. Racconto spesso che ero ciccione, asmatico, balbuziente, impacciato. Quando parlo di com’ero cerco sempre di farlo senza scivolare nel patetico: semplicemente mi serve per far comprendere quali difficoltà io stesso ho avuto. Sono stato il classico sfigato che poi ha saputo prendersi delle belle rivincite».
La svolta come è arrivata?
«Non sapevo che fare. Ho studiato giurisprudenza, ma senza troppa convinzione. Poi ho iniziato a fare il networker, ma non riuscivo a concretizzare. Un giorno mi proposero dei corsi per migliorare le mie tecniche. Erano molto costosi: chiesi un prestito e iniziai a farli. Accadde che un giorno arrivò a tenere una lezione un tizio che ora vorrei ringraziare perché mi folgorò: per come parlava, da come era vestito, dal carisma, da come sapeva catturare l’attenzione Io mi dissi “voglio essere lui"».

Ci è riuscito?
«Penso di aver fatto anche meglio, ma costui mi fece capire che io volevo parlare alla gente».
Scusi, ma non aveva un problema di balbuzie?
«Esatto. Il tema è che però io sono sempre riuscito a fare cose fuori dal mio contesto».
Come iniziò a mettere in atto il suo piano di vita?
«Mi iscrissi a un corso di coaching. Infatti sono stato poi anche un mental coach in Italia tra i più quotati. Nel frattempo avevo pure studiato riflessologia e avevo aperto un centro in via Cremona. Poi mi sono dato solo al coaching, per iniziare, e col passaparola ho iniziato ad avere il mio piccolo successo. Questa strada l’ho poi comunque man mano abbandonata perché non mi ci riconosco più: quello del coaching è un mondo che si è impoverito, nel quale basta un’autocertificazione per esercitare. Poi mi iscrivo a corsi di public speaking. Da lì, per una serie di intuizioni riesco a inventarmi editor. A seguire divento ghost writer. ».
Poi il primo libro.
«"Parole per vendere". Fece il botto. Intanto facevo il formatore. Io mi chiedo sempre: dove posso agire per fare la differenza? Ho pensato che nessuno in Italia parlava di intelligenza linguistica, una sfera che avevo iniziato a conoscere mentre cercavo di applicare al mio cervello, lavorando a esempio alla balbuzie, ciò che apprendevo nei corsi».
Il linguaggio dicevamo…
«Tutto si basa sulle parole, ma nessuno in quegli anni aveva mai pensato di svolgere uno studio "fisico" su esse. Arrivai a scrivere un manualetto in cui spiegavo quale tipo di frase usare o non usare nei vari contesti».
A esempio?
«Se ci si presenta non si dice "scusa se ti disturbo". Si induce a pensare la persona dall’altra parte che ci sia una scocciatura in arrivo. Questa frase sì, questa no...Sono cose che ho inventato io, in Italia. A ogni modo, riprendendo, il filo, nel frattempo smetto anche di fare anche formazione in senso classico perché tanto non funziona: non ha senso parlare a chi è davanti a te solo perché obbligato. La svolgo online, solo per chi è realmente interessato e ho creato anche un portale che si chiama HCE (human connections engeneering, ndr)».
Qual è il suo pubblico?
«Tutto. A esempio a teatro c’è il manager che porta i suoi collaboratori o la mamma che porta il figlio adolescente per fargli arrivare qualcosa sull’autostima».
Il teatro come arriva?
«L’ispirazione, 4-5 anni fa, mi è arrivata guardando uno spettacolo di Ricky Gervais. Io già facevo lo speaker in conventions aziendali da 1000 persone, succedeva che le persone ridevano alle mie battute, che si sentivano coinvolte. Allora iniziato a muovermi, ho organizzato tre date in piccoli teatri: tutte sold out e solo grazie al tam tam sul mio Instagram, aperto durante il Covid per analizzare il modo di comunicare, che non mi piaceva, dell’allora premier Conte. Inoltre col libro "La Parola magica" ero arrivato al grande pubblico. Da lì si è sviluppato tutto».

Su Instagram lei è anche seguito da molti vip («per alcuni, politici compresi, faccio consulenze») ed è noto per dare ai suoi followers risposte taglienti.
«Sono un provocatore nato. So di essere spiazzante e divisivo, ma con arte. Non uso mai parole a caso».
Non ha paura di passare per un “fuffaguru” (sedicente esperti di qualcosa che vende miraggi a caro prezzo)?
«Sono andato a seguirne alcuni per verificare di non avere comportamenti in comune».
Lei è arrogante, dice qualcuno.
«Posso permettermi di esserlo. Mi spiego: sono molto cinico per cominciare. Il senso è che se io, siccome l’ho studiato, scrivo che c’è una correlazione tra le dimensioni dell’amigdala (una sorta di radar emotivo nei lobi temporali, ndr) e il voto politico e tu mi scrivi "secondo me no" io ti rispondo "e tu chi sei? Portami una ricerca”».
L’amigdala: tra "i suoi" se ne parla come niente fosse…
«Ne vado fiero. Allo stesso modo se una persona ha soggezione quando mi parla perché teme di non saper scegliere al meglio le parole è un successo: vuol dire che induco a pensare. Le parole che usi dicono da dove vieni, quelle che scegli dicono dove vuoi andare».
E dove bisogna andare?
«Non dove porta il cuore: è l’amigdala a pagare il mutuo».
Non ha paura di scadere nella retorica del bambino sfigato che ce l’ha fatta?
«Ci gioco. È una buona storia che fa capire che il successo non è qualcosa che parte dall’irraggiungibilità».
Se vuoi puoi: verità o bugia?
«Falsissimo mito. Se io ce l’ho fatta è perché ho anche una certa dotazione mentale. Se hai il quoziente intellettivo di un tavolo di compensato non puoi fare nulla. E questo bisogna dirlo. Ognuno fa quello che può con i neuroni che ha».
Par di capire che il politicamente corretto…
«Lo detesto».
E il linguaggio inclusivo?
«Non esiste».
«Mai discutere con un tombino» è il suo mantra…
«Sono un comunicatore bravissimo, ma un giorno mi sono imbattuto in un interlocutore al quale non c'è stato verso di fare arrivare nulla. Mi sono detto "questo è un tombino"».
Lei ha un tumore, perché lo ha raccontato?
«Perché di malattia si parla sempre troppo poco e male, con retorica. Come le frasi sulle battaglie da combattere o del fatto che si debba essere guerrieri. Non è così. Quanto a me sono in cura da 2 anni: mi avevano dato pochi mesi».
È diventato ricco?
«No, sto bene».
Cosa la rende felice rispetto al suo lavoro?
«Quando mi dicono "grazie, mi hai cambiato la vita».




