«Ascolto dunque sono». Non una semplice parafrasi del celebre assioma cartesiano, piuttosto una riflessione sul significato del proprio essere e sulla capacità di ascoltare come chiave per comprendere la relazione con l’altro. È il titolo della lectio magistralis con cui Enzo Bianchi interverrà mercoledì 10 giugno, a Gardone Val Trompia (nella Sala Bernardelli di via Don Zanetti 1; ingresso libero) alle 21 per il festival Filosofi lungo l’Oglio. Padre Bianchi, ormai presenza costante alla rassegna diretta da Francesca Nodari, è il fondatore della Comunità Monastica di Bose, di cui è stato priore fino al 2017; ha dato vita alla Casa della Madia, fraternità monastica di cui è autorevole membro. Ha creato la casa editrice Qiqajon ed è autore di una sterminata bibliografia, tra cui il recente «Il tempo e la fede» (San Paolo edizioni). L’abbiamo intervistato.
Padre Bianchi, perché «ascolto dunque sono»?
Perché l’ascolto è, in ogni essere umano, il primo momento in cui percepisce se stesso rispetto agli altri. Sappiamo che nel neonato, quando ancora tutti gli altri sensi sono inattivi, il senso dell’udito è operante e, attraverso di esso, egli colloca la madre che lo avvolge, mentre lo allatta al seno; sente la voce del padre che è esterna ed altre voci. Quindi sente di essere, di vivere e in base a quelle voci esterne modulerà lo sviluppo della sua persona.
Nella società odierna molte persone appaiono ego riferite, prive di attitudine all’ascolto…
Certamente, perché c’è più distrazione, il che si traduce come lei dice nell’ascoltare se stessi e non ascoltare gli altri, ma un ascoltare se stessi non autentico, che non ascolta la vita interiore, la coscienza che ci abita, quella voce che abita ogni uomo e gli fa conoscere cos’è bene e cos’è male. È semplicemente un ascoltare i social, ascoltare tutti i messaggi di cui siamo bombardati dal mattino alla sera; messaggi anonimi, che non sono assolutamente umanizzati e, di conseguenza, non aiutano la crescita umana, l’arricchimento personale e tanto meno la qualità della buona convivenza.

Cosa bisogna riscoprire allora?
L’ascolto è fondamentale nella vita quotidiana: così tra marito e moglie, tra genitori e figli. In realtà oggi nessuno ascolta l’altro. Non c’è tempo, non si è portati, non lo si prende sul serio… È significativo che in certe famiglie, ormai rassegnate, si senta provenire un grido, un’invocazione all’essere ascoltati, di un coniuge verso l’altro; sembra impossibile dopo tanti anni, ma è sovente l’esperienza di molti. Poi bisogna leggere il fatto a livello sociale e politico: nella geo-politica attuale, in cui i nazionalismi sono di nuovo presenti e i sovranismi sembrano essere le ipotesi vincenti, l’ascolto non trova spazio.
Ha toccato un punto cruciale…
Credo che, soprattutto per le giovani generazioni (ma non solo), sia necessario l’esercizio della resistenza. Dobbiamo reimparare che cos’è la resistenza - l’abbiamo dimenticato - poiché solo da essa scaturisce la libertà; quindi resistere a questo andamento, alla volontà dei potenti i quali vorrebbero avere un mondo dove dominano il denaro, il potere economico-finanziario e non domina più la ragione e neppure un accordo tra le nazioni. La resistenza aiuterà tutti i giovani a crescere con una coscienza e una responsabilità, ma se non c’è questa capacità critica, avremo sempre più una barbarie che avanza.
Un pensiero che chiama in causa il ruolo della famiglia, delle agenzie educative…
Dobbiamo essere molto chiari: le famiglie oggi sembrano in un atteggiamento di dimissione. E la scuola italiana consegna eventualmente vie tecniche, strumenti di scienza per sfornare gente sul mercato del lavoro. Perciò la situazione non è facile, ma i giovani sono i più interessati, e la resistenza devono assolutamente farla, in modo cocciuto e testardo.
Quale messaggio lanciare per spronarli in tale direzione?
Vorrei dire semplicemente di avere grande speranza. La speranza non nasce dal dire “stiamo bene” o dal proclamare un ottimismo facile. Nasce se abbiamo la capacità di stare insieme, di avere fiducia gli uni negli altri e di guardare così al futuro. Ecco io vorrei dei giovani capaci di questo.



