Nuovo riconoscimento di prestigio per il mandolinista bresciano Ugo Orlandi. Lunedì 19 ottobre il musicista riceverà dal Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli la laurea specialistica honoris causa in mandolino per una carriera in cui l’attività concertistica si è costantemente intrecciata con l’insegnamento e la ricerca storica. Nella sua lectio magistralis Orlandi ripercorrerà decenni di lavoro dedicati a restituire al mandolino la sua più profonda identità artistica al di là degli stereotipi.
«Sono particolarmente onorato di questo conferimento – dichiara il maestro Orlandi – a maggior ragione perché proviene dalla patria universalmente riconosciuta del mio amato strumento. Napoli ha avuto un ruolo fondamentale nella tradizione mandolinistica. La canzone napoletana ha contribuito a salvare lo strumento dall’oblio, ma nello stesso tempo ha finito talvolta per trasformarlo in un’icona folcloristica. Il mio lavoro ha cercato di mostrarne la ben più ampia storia europea e colta».
Perché un bresciano ha scelto proprio il mandolino?
Da ragazzo suonavo anche la tromba, ma nel 1968, grazie a Giovanni Ligasacchi, allora maestro della Banda cittadina e dell’Associazione mandolinistica Costantino Quaranta, ho potuto scoprire un mondo musicale affascinante. Alcune registrazioni dei concerti di Vivaldi mi convinsero a proseguire lo studio del mandolino.
E com’è nata la passione per la storia della musica?
Decisivo fu l’incontro con Claudio Scimone, fondatore e direttore del celebre ensemble dei Solisti Veneti, con cui ho collaborato per quarant’anni, dal 1978 al 2017, suonando nei maggiori festival internazionali. Scimone mi scelse come docente e mi avviò alla carriera concertistica. Ma gli devo anche un insegnamento fondamentale: il repertorio non è qualcosa di immobile. Bisogna cercarlo, studiarlo, riportarlo in vita. Durante le lunghe trasferte in pullman gli raccontavo le mie scoperte. Il mandolino infatti è presente nella pratica musicale europea almeno dal Cinquecento e possiede una letteratura vastissima.
Possiamo dire che sia stata la musica di Vivaldi a salvare il mandolino nel dopoguerra?
Per certi aspetti sì. Durante il fascismo il mandolino era stato imposto come strumento “autarchico”: questa appropriazione ideologica finì per renderlo inviso a una parte della cultura italiana. I concerti di Vivaldi lo riportarono invece nelle sale della grande musica. Una registrazione dei Solisti Veneti arrivò a vendere un milione di copie: un risultato straordinario per il repertorio classico.
Quanto è importante lo studio diretto dei manoscritti musicali?
Nel 1978 consultai a Torino gli autografi vivaldiani e mi accorsi che nessuno li aveva studiati mettendo a frutto una specifica competenza mandolinistica. Nel Concerto RV 425 la parte solistica presenta due serie di soluzioni alternative ignorate dalle vecchie edizioni. Una sembra pensata per il mandolino veneziano, accordato per terze e quarte; l’altra per uno strumento accordato per quinte, forse il mandolino bresciano. Del resto, il padre di Vivaldi era proprio bresciano. Quindi sì, l’aspetto storico-filologico è fondamentale. Credo che eseguire musica e studiare la sua storia non siano attività separate. Questa laurea riconosce forse proprio l’unità fra ricerca, insegnamento ed esperienza musicale.



