Commuove la «Turandot» incompiuta di Puccini, tornata ieri sera sulle scene del teatro Grande nel nuovo allestimento con la regia di Nadir Dal Grande. Si è deciso di far terminare l’opera dopo il suicidio di Liù, rinunciando al finale trionfalistico del libretto. Notevole l’effetto visivo di questa rappresentazione: alle luci dell’alba si accasciano l’uno dopo l’altro tutti i numerosi personaggi presenti in scena, come colpiti da una radiazione nucleare.
Il celebre «all’alba vincerò» si trasforma in un’inquietante morte collettiva. Una lettura radicale che però trova un appiglio nel testo. Dopo il sacrificio della piccola Liù, il re Timur aveva infatti sentenziato: «Delitto orrendo, e l’espieremo tutti!». La tristezza infinita della musica lo conferma, e con la morte dell’eroica schiava, simbolo di dolcezza e poesia, dimentichiamo senza rimpianti la promessa di vittoria del vanaglorioso Principe Ignoto.
Convince pienamente la direzione di Alessandro D’Agostini alla testa dell’Orchestra dei Pomeriggi Musicali: «Turandot» è una partitura complessa, ricchissima di colori e costruita sull’alternanza di quadri contrastanti. Tra gli interpreti svetta l’espressiva Songha Lee nei panni di Liù, ma si distinguono anche Caterina Meldolesi nel ruolo dell’algida protagonista e il basso Baopeng Wang in quello di Timur. Il tenore Roberto Aronica ottiene applausi dopo l’atteso acuto sul «vincerò», mentre il trio Ping Pang Pong (con Paolo Ingrasciotta, Giulio Putrino e Giacomo Leone) alterna efficacemente il registro comico a quello sentimentale. Nota di merito anche per il coro diretto da Riccardo Bianchi e per le voci bianche istruite da Davide Dell’Oca.
Le scene dell’allestimento tendono all’essenzialità, ma con le luci di Jenny Cappelloni e gli accurati movimenti delle masse corali danno vita a uno spettacolo coinvolgente, fluido, senza forzature. Ben meritato il premio ottenuto da questo progetto di regia «under 35».
Ma come si pronuncia il nome Turandot? L’etimologia persiana suggerisce di pronunciare la «t» finale, anche se secondo la testimonianza della prima interprete, Rosa Raisa, Puccini la lasciava muta. Proprio quest’ultima versione («Turandò») è stata scelta nell’esecuzione lungamente applaudita a Brescia. Due diverse scuole di pensiero per un’opera che, comunque la si interpreti, continua ad ammaliarci e commuoverci. «Turandot» tornerà in scena al Grande domenica pomeriggio alle 15.30.



