Ha toni apocalittici l’interpretazione della «Turandot» di Puccini che giungerà sulle scene del Teatro Grande venerdì 16 ottobre, alle 20 (seconda recita domenica 18 alle 15.30). Diretto dal maestro Alessandro D’Agostini, il cast di «Turandot» vedrà alternarsi Caterina Meldolesi e Libby Sokolowski nel ruolo della protagonista, i tenori Roberto Aronica e Eduardo Niave in quello di Calaf.
Il nuovo allestimento reca la firma di Nadir Dal Grande per regia, scene e costumi. Con il collettivo Floret Umbra, Dal Grande ha vinto il concorso promosso da OperaLombardia per team under 35. Lo spettacolo si ferma dove si interruppe Puccini, alla morte di Liù, senza ricorrere ai finali successivamente composti da Alfano e Berio. Abbiamo intervistato il regista.
«Questo spettacolo – premette Nadir Dal Grande – è stato accolto calorosamente sin dal debutto. Credo sia stata apprezzata soprattutto la sincerità del lavoro. Per me la regia nasce dalla drammaturgia, sempre tenendo presenti la musica e il libretto, naturalmente filtrati attraverso la mia poetica e un linguaggio contemporaneo, ma senza tradire le fonti. Il mio primo compito è fare innamorare dello spettacolo i professionisti che vi lavorano: se credono davvero nel progetto, questa energia arriverà anche al pubblico. A Lucca ho visto spettatori particolarmente commossi».
La decisione più radicale consiste nel rinunciare al finale completato dopo la morte di Puccini. Perché?
L’incompiutezza mi è parsa una straordinaria opportunità drammaturgica. Tutto ciò che dovrebbe risolversi rimane aperto e sospeso. La morte di Liù porta l’opera a un punto di collasso emotivo ed etico che nessun lieto fine può sanare. La violenza ha ormai avuto la meglio sulla compassione: è troppo tardi per porre rimedio agli errori.
Nella sua lettura Turandot non viene dunque trasformata dall’amore…
Turandot resta irrecuperabile nel proprio abisso di sofferenza. Si presenta come l’ultima discendente di una stirpe divina e associa il proprio potere alla Luna. Ma forse Turandot non esiste davvero: esiste l’idea terrificante che il popolo si è formato di lei.

E il principe Calaf?
Ho rinunciato del tutto alla sua componente eroica. Lo vedo come un giovane in profonda crisi, smarrito, impegnato in una ricerca di sé e del proprio nome. È ossessionato dal padre e vuole trovare il proprio posto nel mondo attraverso il riconoscimento sociale. Risolvendo gli enigmi crede di averlo ottenuto, ma Turandot continua a non riconoscerlo: in lui vede soltanto quella forma di violenza che attribuisce al genere maschile. Calaf affronta un futuro ambiguo senza punti di riferimento. In questo senso, il suo smarrimento può richiamare quello di molti giovani di oggi, chiamati a trovare un posto in una realtà che offre ben poche certezze.
Che cosa vediamo nell’ultima scena?
La fine sancisce l’estinzione del potere di Turandot. È una liberazione, ma anche un’alba violenta, abbagliante. Non sappiamo quale mondo verrà dopo. I nodi sono venuti al pettine e tutti acquistano consapevolezza, ma è troppo tardi. Anche nel presente possiamo chiederci quale futuro ci attenda e se certi processi, come il cambiamento climatico, siano irreversibili. Lo spettacolo è un appello alla responsabilità, ma non offre una risposta. È giusto che sia ogni spettatore a cercare la propria.



