Con gli Of Monsters and Men sonorità eteree fra indie-folk e mito

Al Vittoriale la band islandese ha aperto l’edizione 2026 del festival Tener-a-mente
Enrico Danesi
Tener-a-mente: il concerto degli Of Monsters and Men
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Tener-a-mente: il concerto degli Of Monsters and Men

Buona la prima di stagione, all’insegna delle sonorità eteree, ma non algide, del profondo Nord. C’erano afa e caldo a gogò, al concerto degli islandesi Of Monsters and Men, che hanno aperto la 15ª edizione del festival musicale del Vittoriale: se l’organizzazione ha distribuito ventagli (assai graditi dagli spettatori), la band scandinava - i cui membri, nel pomeriggio, si sono concessi un bagno rinfrescante nelle acque del Garda - ha ulteriormente scaldato il clima attraverso uno show appassionato e in crescendo, che ha risposto alle attese di un pubblico (da sold out) già bendisposto.

Un live molto chitarristico, dal sound vario specialmente sul piano dell’intensità, che ha intrecciato l’indie-folk dai richiami mitologici degli esordi con la pienezza quasi orchestrale di alcuni pezzi più recenti, quantitativamente prevalenti e maggiormente liberi sul versante dell’ispirazione, oltre che più vicini al pop internazionale che non alla tradizione norrena. A far la parte del leone l’album del 2025, «All Is Love and Pain in the Mouse Parade», con una decina di tracce riprese in serata, e in seconda battuta l’ellepì d’esordio, «My Head is an Animal» (2011), con le hit «Dirty Paws», «King and Lionheart» e «Little Talks» a scatenare l’entusiasmo della platea.

Per certo, sono le voci dei due frontman, che perlopiù si alternano e meno frequentemente si rincorrono o si sovrappongono, a dare un contributo decisivo alla creazione di un’atmosfera avvolgente; lo fa in particolare la vocalità suadente (ma pure limpida, potente) di Bryndis «Nanna» Hilmarsdóttir, anima femminile della band, più ancora che quella lievemente nasale del suo contraltare maschile, Ragnar «Raggi» Thórhallsson. Meno convincente, per contro, la sezione ritmica, laddove il batterista Arnar Rósenkranz Hilmarsson ha accusato qualche passaggio a vuoto.

L’impressione generale resta quella di una formazione che, nel trasferimento dai dischi al palco, paga qualcosa in termini di qualità esecutiva dei singoli, senza che ciò pregiudichi comunque la coralità del risultato finale, che resta senz’altro buono, e decisamente gradevole. Soprattutto quando punta sulle ballad, come ha evidenziato il momento dei bis, con l’acustica «Lakehouse» e la spumeggiante «Fruit Bat» ad apporre un sigillo di bellezza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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