Nella Turandot cinese di Jackie Chan c’è anche un tenore bresciano

Riccardo Certi, 41enne di Villa Carcina, fa parte del cast che ha debuttato a Guangzhou: «Puccini non ha mai visitato l’Impero Celeste, ma credo rimarrebbe colpito da quest’opera»
Enrico Raggi
Riccardo Certi si prepara per la scena
Riccardo Certi si prepara per la scena

Una Turandot cinematografica, barocca, colorata. Animata da movimenti lenti di Tai-chi, combattimenti di Kung-fu e spadaccini volanti, gremita di spade e luci, videoproiezioni, danze con nastri, mimi, guerrieri ninja, pagode, dragoni. Partitura gestuale e sequenza taolu, ardita fusione di Occidente e Oriente.

Non poteva essere altrimenti, se la regia è firmata da Jackie Chan, icona del cinema internazionale famoso per i film in cui è protagonista di infinite battaglie di arti marziali, al suo debutto operistico in un allestimento pensato per stupire e lasciare il segno. Una Turandot «made in China» come non la si era ancora vista, a 100 anni esatti dalla prima assoluta.

Il bresciano

Una Turandot spettacolare, tra Occidente e Oriente
Una Turandot spettacolare, tra Occidente e Oriente

Nel cast internazionale, diretto dal francese Enrique Mazzola, figura anche il 41enne tenore di Villa Carcina Riccardo Certi, chiamato a impersonare Altoum, Imperatore della Cina e padre della principessa di gelo (d’altra parte Certi, dall’alto dei suoi 195 cm, ne possiede il physique du rôle). Chiamato in questa produzione dallo staff di China Arts and Entertainment Group, Certi ha studiato canto al «Marenzio» con Ida Bormida, si è perfezionato con il soprano ungherese Sylvia Sass (allieva prediletta di Maria Callas); ha iniziato la carriera come baritono (fra i pochissimi italiani ad avere in repertorio «Il Castello di Barbablù» di Bela Bartok in lingua magiara); ora la sua voce ha conquistato tessiture tenorili.

Dopo il debutto alla Guangzhou Opera House (avvenuto l’8, 9 e 10 maggio), la tournée prosegue in vari teatri cinesi. Con la regia di Chan ma con diverso cast e direttore, l’opera arriverà questa estate in Italia al 72° Festival Puccini di Torre del Lago, con quattro date tra il 17 luglio e l’8 agosto. Abbiamo sentito il tenore bresciano.

Un momento della prima
Un momento della prima

Riccardo Certi, che spettacolo è questa Turandot?

La realizzazione di Chan è una sintesi originale di teatro fisico e visione scenica. Ogni episodio è un tassello capace di unire intimità e sfarzo, tradizione europea e folclore asiatico, tinte squillanti e dolcissimi pastelli, movimenti spettacolari e idee ardite.

Qual è la particolarità della messa in scena di Jackie Chan?

La sua è una narrazione spaziale che gestisce masse, spostamenti, distanze, sequenze con grande sapienza, probabilmente frutto della sua lunga esperienza hollywoodiana. Nelle scene di folla partecipano anche gli studenti della Jackie Chan Film and Media School. La sua regia è capace di restituire il fasto e lo splendore originario dell’opera, piena di portenti e di stasi contemplative, che fonde estetiche dell’Est e dell’Ovest del mondo.

L'autografo di Jackie Chan al direttore d'orchestra Mazzola
L'autografo di Jackie Chan al direttore d'orchestra Mazzola

Ci può fare alcuni esempi?

Il palcoscenico si allaga e diventa uno stagno illuminato dalla luna. Su giganteschi fondali a ventaglio sono proiettati movimenti incessanti di ombre. La reggia imperiale sfavilla d’oro e di pietre preziose come richiesto nelle didascalie pucciniane; ma non mancano drappi, sete, arazzi, lumini, sampan che solcano i canali, lanterne che volano in cielo, balletti–coreografie con pudao (le alabarde con lama ricurva alla fine dell’asta) e nunchaku (corti bastoni uniti da una catena), costumi ricchissimi. C’è aderenza alla drammaturgia, precisione di ritmo, di racconto, d’azione.

Com’è stato lavorare con lui?

Durante le prove Jackie Chan si divertiva come un bambino ma ci guidava con mano esperta; persona semplice, diretta, volitiva.

Il direttore Enrique Mazzola
Il direttore Enrique Mazzola

Come si sta trovando con il direttore Mazzola?

Sta realizzando una Turandot “fauve” e bella, con un senso urgente del divenire teatrale. Sa far nascere al volo una forma di comunicazione non verbale nella quale psicologia e musica si intrecciano indissolubilmente. Il suo gesto “funziona” immediatamente perché tocca l’immaginazione dei musicisti, ci fa sentire parte di un progetto comune. Puccini non ha mai visitato l’Impero Celeste, ma credo rimarrebbe colpito da questa “Turandot cinese”: mi sembra sia stato gettato un ponte culturale tra noi e loro. Un aiuto perché ognuno possa ricomprendere la propria storia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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