Pedrini, i Timoria, Sanremo e Renga: «Partecipammo da band integra»

«Arriviamo a Brescia stanchissimi, dopo ore di viaggio. Tutti, tranne Francesco, che fortunatamente si era fermato a Sanremo, anche se eravamo stati appena eliminati. Arrivo a Urago, mia madre si affaccia dal balcone. Vedo che sbraccia, si agita. Dobbiamo tornare subito in Liguria, dobbiamo trovare dei gettoni e una cabina, telefonare a qualcuno, perché abbiamo vinto qualcosa».
I ricordi risalgono al Festival di Sanremo 1991 e la versione di Omar Pedrini, mente e autore della rock band bresciana con Renga alla voce (fino al 1998), di fatto completa – da un’altra prospettiva – quella del cantante in gara al prossimo Festival di Sanremo con il brano «Il meglio di me».
Proprio nel corso della lunga, intensa, profonda e interessante conferenza stampa di Francesco sono riaffiorati i ricordi di quella partecipazione «un po’ folle e incosciente» dei Timoria alla sezione Novità, nel 1991. Renga ha affermato di essere stato lui ad aver spinto la band, «super-underground», al salto nel buio sul palcoscenico più pop del Paese. E di averlo fatto «perché Omar scriveva da dio, e quindi poteva essere un’occasione».
La versione dello Zio Rock
Pedrini ricorda quei giorni con affetto. Verso il ricordo stesso, il significato storico di quel passaggio (anche se la band venne eliminata alla seconda serata), l’importanza per la carriera dei Timoria. Verso Francesco Renga, naturalmente, anche se la separazione del 1998 non fu dettata da divergenze artistiche, bensì da vicende umane.

«Eravamo sotto contratto con la Polydor – racconta il cantautore e chitarrista, 59 anni il prossimo 28 maggio –. La critica ci apprezzava, aveva coccolato e premiato il nostro album d’esordio "Colori che esplodono" (del 1990, ndr). Ma eravamo abbastanza lontani dall’ipotesi di trasformare la nostra passione in un lavoro. Avevamo una fanbase attiva. Dischi venduti? Pochini». L’etichetta fece insomma capire che le ipotesi erano due: o si sarebbe mosso qualcosa, o tanti saluti.
Ultima chance
Partecipare a Sanremo poteva essere una buona soluzione. Forse l’ultima. «Ricevemmo lettere al vetriolo dai nostri sostenitori più duri e puri – ricorda ancora il rocker –. "Se andate all’Ariston bruciamo i vostri dischi"».
La band era pronta a pubblicare il nuovo album «Ritmo e dolore», sempre prodotto dall’ispirato Gianni Maroccolo, «che, a voler ben vedere, conteneva canzoni che al Festival, all’epoca ultra-tradizionalista, potevano dire la loro. Penso a "Jugendflucht" – prosegue Pedrini –. Con quella melodia dolce... Con la voce di Francesco...». La scelta, invece, fu all’insegna di compromesso e integrità al contempo: a Sanremo sì, ma con una canzone affatto ruffiana. «"L’uomo che ride", per intenderci, ha quattro parti diverse tra loro e nessun ritornello. Il maestro Zappatini «scrisse un arrangiamento per l’orchestra meraviglioso, su quel palco sembravamo la Pfm».

Di qui l’istituzione estemporanea del Premio della critica per le Novità che ritirò Renga, l’unico rimasto a Sanremo, dopo che il resto della band – in seguito all’eliminazione – si era salutata abbacchiata, ma orgogliosa, a mezzanotte, in un ristorante («Ci abbiamo provato», c’eravamo detti»).
Su una possibile reunion dei Timoria Pedrini conconrda con Renga: sarebbe bello, «ma ogni anno che passa, anche se ci siamo riavvicinati dal punto di vista umano, si allarga la forbice dei nostri gusti. Lui è orientato alla melodia. Io al rock». Ma nemmeno qualcosa di live, con le vecchie canzoni? «Chissà, magari senza tutta la band, un giorno ci faremo ancora un giro insieme. Come Page&Plant. Per questo Sanremo gli auguro il meglio. Il Festival è casa sua...».
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