Omar Pedrini: «2020 Speedball profetico: orgoglio, ma anche dispiacere»

Intervistare Omar Pedrini a Milano – dove è stato sottoposto ad un intervento al cuore – è un po’ come vivere Brescia a 100 km di distanza. La nostra città c’è nelle sue parole, nei suoi occhi, in ciò che vive quotidianamente. «Vedi quei tre operai?», dice mentre raggiungiamo il posto in cui pranzare e dialogare. «Due sono di Cazzago, uno di Bornato. L’altro giorno li ho sentiti parlare in dialetto bresciano, ho respirato casa. Ventiquattro ore dopo mangiavamo pane e salame insieme. Qui lo sanno tutti: Milano esiste grazie ai bresciani e ai bergamaschi...».
L’incontro
Nasce dai 30 anni di «2020 Speedball», uscito il 28 marzo 1995, quinto album dei Timoria. Ma nella chiacchierata davanti a una pizza e una birra c’è di più: si spazia dall’Arnaldo al Brescia Calcio, da Franco Zanetti all’architetto Falconi, da Hemingway ai Nirvana.
Perché «2020 Speedball» è un mix di mille cose, di tanti generi musicali (rock, heavy metal, punk, jazz, elettronica), ma soprattutto rivisto oggi è un disco che in molti definiscono profetico, perché nei testi Pedrini immagina il futuro di suo figlio Pablo, prendendoci in pieno su quasi tutto. E spiega come quelle 17 tracce, 17 come il giorno in cui è nato il figlio, siano state un’àncora di salvezza tanto quanto l’arrivo inaspettato di Pablo. «È un disco di cui sono fiero - dice oggi - ma non felice perché raccontava il mondo che immaginavo e so di averci purtroppo preso. Ora mi spaventa pensare a ciò che sarà».
Come si arriva a «2020 Speedball»
«Il mio stile di vita allora, siamo tra la fine del ’93 e l’inizio del ’95, non era proprio normale. Sono sfuggito a un futuro tetro grazie alla nascita di Pablo. Nel ’93 divento padre, inaspettatamente, io e Federica eravamo giovanissimi, e iniziano delle responsabilità del tutto estranee. Era tutto esagerato nella mia vita, compreso seguire il Brescia giusto per fare un esempio. Poi complice la lettura di “State of the world”, consigliata dal professore di Scienze politiche, mi si aprì un mondo. Narrava delle condizioni del pianeta, tema sul quale c’era poca attenzione a inizio anni Novanta. Io venivo dalla “Generazione Senza Vento” del disco precedente, quella molto frivola; lì invece leggo che la mia, di generazione, sta ereditando un mondo peggiore rispetto a quello di mio padre e lo stesso sarebbe avvenuto per i nostri figli. Ovvero Pablo nel mio caso, appena nato. Ho iniziato a riflettere su questi temi, anche perché i Timoria come i gruppi rock di quel momento erano impegnati socialmente, cosa che invece rimprovero a quelli di oggi. Ecco il primo spunto per «2020 Speedball».

Gli altri passaggi
«Quel disco nasce durante le stragi di mafia, la guerra in Jugoslavia, un momento in cui tutto andava storto. La bolla degli anni Ottanta ci presentava il conto, anche sotto il ritorno di droghe come l’eroina, che era stata soppiantata dalla cocaina. In più vedevo interrompersi anche i rapporti personali con l’arrivo della tecnologia e per me era assurdo, uomo da bar e da bicchiere di vino. Senza contare il passaggio dall’analogico al digitale, pazzesco. Se c’è una parola per quel momento è nichilismo, se c’è un gruppo i Nirvana. I Timoria invece, dopo Viaggio Senza Vento ormai disco d’oro, sentivano pressione addosso, ma a quel punto la Polygram visto il successo precedente ci disse “fate quello che volete”. Dissi “dobbiamo osare”, era il nostro primo disco da band riconosciuta e famosa. E io volevo raccontare come la terra stesse cambiando, andando in una direzione che non mi piaceva affatto. Volevo parlare di ambiente, di cultura, di ciò che andava salvato. Mi immaginai allora che mondo avrebbe trovato Pablo a 27 anni, quelli che avevo io quando iniziai a scrivere quell’album. Lì si arriva definitivamente a “2020 Speedball”. Non volevo fosse un altro concept album, ma lo è diventato involontariamente».
Un disco profetico, non una definizione sbagliata
«A partire dalla scelta dell’anno 2020, perché mai ovviamente mai avrei pensato che saremmo stati rinchiusi in casa per una pandemia mondiale. Mi ricordo un’intervista in radio poco dopo l’uscita del disco in cui mi dissero “ti sei chiaramente ispirato al film ‘L’esercito delle 12 scimmie’ di Terry Gilliam", solo che il nostro disco era precedente di sei mesi… E non c’era internet, non sapevi cosa stesse accadendo a Milano se stavi a Brescia, figuriamoci negli Usa. Eppure Gilliam come i Timoria raccontava i guai del mondo. Capitò anche nella pittura, io mi prendo la coccarda di averlo fatto con la musica».
Le canzoni e il rimando all’attualità
«Weekend parla delle stragi del sabato sera ahimè tuttora presenti, molte allora dovute all’ecstasy o allo speedball appunto. Girava e tanto anche nei locali notturni di Brescia, ragazzi con gli occhi di fuori, felici di prendere una pastiglia sapendo di essere infelici. Arei voluto dire loro, io che non ero un santo e lo ribadisco, “godetevi un bicchiere di vino piuttosto”. Ma mi avrebbero preso per scemo. E allora scrivo "weekend" in cui si va "svelti da Bruno per l’ultimo drink", Bruno del Donne e Motori. Canzone velocissima, cassa come un treno, per descrivere ansia e adrenalina di quel momento.
«Poi scrivo "2020" sul sesso virtuale, altro tema che oggi nel 2025 è più attuale che mai. Anzi, faccio una confidenza: a metà della canzone c’è una donna che ansima e molti pensavano all’audio preso da un film a luci rosse. In realtà è la scena del finto orgasmo di Meg Ryan in “Harry ti presento Sally”… Poi arriva "Europa 3", in cui penso che Pablo nel 2020 attraverso una navicella spaziale vivrebbe meglio lontano dalla terra. Quello che oggi è Starship di Elon Musk. "Brain Machine" è alienazione, l’individuo che non vuole più uscire di casa perché preso dalle nuove tecnologie e resta chiuso nella sua camera, la vita è tutta lì. Il protagonista è River come River Phoenix, attore statunitense morto nel 1993. Lui e non più Joe di Viaggio senza Vento. Quanti ragazzi oggi stanno chiusi nelle quattro mura della camera a vivere una vita virtuale, ma vale anche all’aperto: a Milano sulla metro la gente non ti vede, tutti sul telefonino, potresti fare ciò che vuoi. "Boccadoro" invece è l’uomo carnale e quello spirituale, due parti che erano e sono dentro me ma in fondo in tanti essere umani anche oggi».
L’orizzonte che si allarga
«Penso poi a Guru. Ero cresciuto a Urago Mella, in oratorio, don Eridano Torri mi fece fare la prima incisione, lui appassionato di musica e video. Allora immaginavo che i pc, le tv, potessero davvero diventare un guru che dicesse come vivere e cosa fare. E infatti… Oggi in quella figura vedo gli influencer. "Mi manca l’aria" nacque da una frase dell’architetto Falconi all’Okapia. Mi guardò e disse: "Musica di merda e fiori di plastica", che secondo me descrisse la nostra società di allora, ma in fondo ci vidi anche il futuro di Pablo.
Ieri come oggi però "Mi manca l’aria" significa anche mancanza di cultura e allo stesso tempo assenza di aria buona da respirare. "Senza far rumore" ha una doppia valenza: un’avventura, la storia di due amanti, non a caso "come mirra lei arriverà... ovunque andrai ricordati di me". È anche però la rappresentazione della morte, un misto tra eros e thanatos. La definisco ancora una canzone arnaldina... Ci sono stato all’Arnaldo poco tempo fa per una lezione, lì dove ricordavo di stare seduto con Illorca e il maestro Ghedi. Quando però ho parlato di alcune tematiche ho visto i ragazzi spaesati. Forse è meglio virare sui classici ho pensato…».
La copertina di 2020 Speedball
Ha una fotografia forte: un limone e una siringa infilzata. C’era anche una frase, «Timo contro l’ero», inteso l’eroina. Eppure Pedrini stesso dice che la sua vita in quel periodo era borderline. Non c’è una contraddizione?
«Parto dalla fotografia. È di Mauro McKinney. Franco Zanetti, bresciano, una sorta di padre putativo dei Timoria, nati grazie a lui e a Deskomusic, era con me in corso Magenta ad una mostra in cui vedemmo questa immagine. Pensai subito alla copertina di "Pollution" di Battiato, dove al posto della siringa c’è la vite. "Così quando ti chiederanno come mai quella scelta - mi disse Zanetti -risponderai che era il tributo a un maestro della musica". Venendo al resto è vero, in quel periodo facevo del male a me stesso, bevevo e capitava che usassi droghe. Non ero arrivato all’eroina per fortuna anche grazie alla nascita di Pablo, ma attorno ai Timoria girava. Poi ho iniziato a vedere i fattoni e pensavo a me padre, alla possibilità che non sarei mai più tornato indietro. Allora in quella fotografia c’è una duplice lettura. Il limone si usa a disinfettare la siringa è vero, questa è una prima visione. Ma se invece la siringa sta aspirando il succo del limone, una delle vitamine più pura della vita? Ecco allora la nota positiva».

Il «poeta armato» e i giovani d’oggi
Esiste ancora i concetto di 2020 Speedball, del poeta armato che ci salverà? «Io ero così, una sorta di fiore, ma ultras dentro. Non lo so se oggi esiste il poeta armato, lo spero, però mi sembra ci sia tanta superficialità. Ci sono delle epifanie come il film di Paola Cortellesi, o una canzone dei Radiohead, ma la gente mi sembra tanto distratta e poco educata».
Cosa direbbe a un ragazzo che oggi si avvicina all’ascolto di 2020? «Che nel ’95 ho descritto i problemi della società contemporanea, quelli da cui ahimè ci si deve difendere oggi non più tra 25 anni. Là era poesia e visione, oggi sarebbe cronaca metropolitana milanese. Quel disco è nato come una trasgressione ma lo vivo ancora oggi e ne sono orgoglioso. C’è tanta compiacenza nell’averlo azzeccato, ma altrettanto dispiacere perché sono padre di tre bambini. Leone Faustino Paolo ha 4 anni, non so che mondo troverà nel 2050… Non vorrei che fosse come il video di The Wall dei Pink Floyd, con l’essere umano totalmente annientato. Spero ci sia ancora voglia di un bicchiere di vino».
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