Musica

Renga si racconta verso Sanremo: «Nel mio brano l’invito alla maturità»

«Il meglio di me» sarà in gara dal 24 febbraio all’Ariston, il cantante: «La mia voce, stavolta, senza glissati o vibrati»
Francesco Renga nella sua casa di Brescia - © www.giornaledibrescia.it
Francesco Renga nella sua casa di Brescia - © www.giornaledibrescia.it
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Il luogo scelto per l’incontro con la stampa del Nord Italia sembra la splendida villa della famiglia Cullen nel film «Twilight», leggermente in altura, spazi ampi e immense vetrate panoramiche. La musica con la quale si viene accolti è «Rebel rebel» di David Bowie. Francesco Renga, eleganza e savoir-faire (altro che «gaffeur», come lui stesso si definisce), indossa un abito verde chiaro e mocassini. Fin qui tutto bello e informale (la villa in questione, tra l’altro, è casa sua, nella zona Nord di Brescia). Ma sono le prime parole del quasi cinquantottenne bresciano su «Il meglio di me» (le legge, ammette, perché tiene al fatto che il messaggio arrivi dritto, evitando il rischio di dimenticarsi qualcosa), brano che porterà in gara al settantaseiesimo Festival di Sanremo (martedì 24-sabato 28 febbraio) a lasciare quasi spiazzati. È una sorta di breve, profondo, prezioso trattato di psicologia. Un manifesto d’introspezione. La canzone è quanto di più autobiografico possa esserci. Per certi versi pure «spietato», nei confronti di sé stesso.

Il messaggio profondo

«Uomini e donne vivono nascondendo le loro parti più fragili». Il bresciano usa il plurale, ma il pezzo parla di sé ed è un messaggio e un invito a chi, come lui, ha evitato a lungo di «assumersi la responsabilità delle proprie parti peggiori. Ma cambiare è possibile solo se ti fai carico del tuo buio e lo attraversi, senza gettarlo su chi ti sta attorno. “Il meglio di me” è un invito alla maturità emotiva e al senso di responsabilità». Nel suo caso, si concretizza nella scelta di «non scappare più». Questo, per lui, è il personale «nuovo modo di essere uomini». Il punto di partenza, anzi «la svolta è la consapevolezza, che nasce anche dal confronto con le persone dalle quali sei scappato». Anche perché le fughe, spesso, ti portano in zone «di luce» tanto di comfort quanto, fondamentalmente, false. Che ti allontanano dall’autenticità.

Insieme al proprio team di autori, Francesco ha «limato ogni parola, perché volevo che il testo scorresse, ma che fosse al contempo chiaro e diretto». E allora, nel susseguirsi delle domande e delle risposte a cuore nudo, ma sempre con il sorriso sulle labbra, Renga tocca qualsiasi tipo di tema. La vita personale, la vita artistica, il nuovo modo di cantare che sperimenterà sul palco dell’Ariston. Psicologia, arte, tecnica, insomma.

Ogni comportamento disfunzionale è figlio di un trauma. «Ho cominciato a scappare – racconta – quando è morta mia madre. Avevo 17 anni e mezzo». Esempi di fughe? I Timoria sono stati la sua prima «fuga verso», ma dopo un po’ c’è stata anche la fuga dalla band. Ambra Angiolini, madre dei suoi figli Jolanda e Leonardo? Un’altra fuga. «Ma adesso stiamo recuperando dal male che ci siamo fatti». Sono due esempi dei quali Francesco parla con la serenità della consapevolezza. Anche di poter riparare, dove si è ferito, oltre che di «ripararsi», attraversando quel buio.

Arte

Se Renga, alla luce di tutto ciò, è un uomo nuovo, non stupisce che descriva la propria undicesima partecipazione al Festival come quella «all’insegna della novità nata dalla sopra citata epifania personale. Anche perché ho un nuovo team che lavora con me. Una nuova etichetta (Atlantic/Warner, ndr), dopo averle girate un po’ tutte». L’obiettivo personale per questo Sanremo 76? «Al di là della classifica, vorrei che passasse il messaggio. Non è una canzonetta d’amore. E, di certo, non mi dispiacerebbe se girasse il più possibile in radio».

«Il meglio di me» è stata definita come un brano classico, ma moderno. «Lo è nel linguaggio musicale e lo sarà anche nell’esecuzione – prosegue il bresciano –. Ho asciugato molto il mio modo di cantare. Via vibrati e glissati». Alle note arriverà più dritto. Ma questa spedizione sanremese non può e non deve essere interpretata come il tentativo di, per così dire, fare il giovane di fronte a un mercato comandato dai giovani, siano essi artisti o fruitori. «In passato ho cercato di tenere quel passo», ammette Renga, senza nascondere di aver pubblicato delle «cavolate pazzesche» (il termine usato è più colorito, e nella sala panoramica di «casa Cullen» scoppia una risata collettiva).

Per l’ex voce dei Timoria si tratta dell’undicesimo Sanremo. «Il meglio di me” non è il brano tecnicamente più difficile che ho portato all’Ariston», ma rappresenta una sfida tutt’altro che banale: modificare il modo di arrivare alle note.

Renga è alla sua undicesima partecipazione al Festival
Renga è alla sua undicesima partecipazione al Festival

Veterano

Renga non ha rimpianti. «Rifarei tutti i Festival a cui ho partecipato», racconta. Poi ci pensa un po’. «Forse – si corregge – col senno di poi eviterei quello post-Covid (era il 2021, portava in gara “Quando trovo te”, ndr). Esibirsi senza pubblico... L’ossessione di dover restare chiuso in casa».

Nella serata dedicata a cover e duetti canterà «Ragazzo solo, ragazza sola», versione italiana con testo di Mogol di «Space Oddity» di David Bowie. Lo farà con Giusy Ferreri, cantante «non in hype». Un rischio? O un’altra prova di maturità e autenticità?

«Conosco la sua vocalità – afferma Francesco –. E sapevo che duettare con me era un suo desiderio. Credetemi, le nostre voci insieme danno un risultato incredibile. Un’altra opzione era cantare “Heroes”, sempre di Bowie. Ma ho preferito restare sull’italiano. E sarà quindi doppio omaggio. Al Duca Bianco, scomparso il 10 gennaio di 10 anni fa, e allo stesso Mogol, che il 17 agosto compirà 90 anni».

«Il meglio di me» sta per iniziare la propria avventura. Di ragioni per ascoltarlo con cura e in tutte le sue sfaccettature ne esistono davvero tante.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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