Si è fatto attendere per ventitré anni, il nuovo album di inediti di Mauro Pagani. Ma venerdì 16 ottobre sarà infine disponibile «Tutto è già qui» (questo il titolo), in uscita per Bmg, esclusivamente in formato fisico (vinile e cd). Un disco che completa le celebrazioni per gli ottant’anni (compiuti il 5 febbraio) del musicista che partendo da Chiari ha raggiunto l’Olimpo della musica italiana: con quattro anni di anticipo si era infatti regalato una bellissima autobiografia («Nove vite e dieci blues»), scrigno di aneddoti e ricordi; e lo scorso autunno era arrivato nelle sale il documentario «Andando dove non so - Mauro Pagani, una vita da fuggiasco» di Cristiana Mainardi.
L’ellepì, intimo e raccolto, aggiunge un tassello egualmente personale all’opera di un artista che ha legato il proprio nome soprattutto a capolavori quali «Impressioni di settembre» (con la Premiata Forneria Marconi) e «Creuza de mä» (composto insieme a Fabrizio De André), ma è stato in realtà protagonista di parecchie altre pagine di rilevo. Abbiamo ascoltato in anteprima «Tutto è già qui» e intervistato Pagani.
Mauro, finalmente un nuovo disco di inediti. Perché ha fatto passare così tanto tempo, prima di realizzarlo?
Perché nel frattempo ho fatto un sacco di cose, scritto cinque o sei colonne sonore, un paio di libri, prodotto dischi. E io, a fare le cose, ci devo pensare... Poi gli anni passano in fretta, e quando sono andati, sono andati. Adesso avevo voglia di un nuovo disco, e sono contento di averlo fatto.
Curioso che un album intitolato «Tutto è già qui» si chiuda con la traccia «Tutto mi manca». Come dobbiamo interpretare la sequenza?
Partirei dal fatto che proprio nel testo dell’ultimo brano, le due frasi in questione stanno una accanto all’altra, in quest’ordine: prima “tutto mi manca”, quindi “tutto è già qui”, che è una risposta. Da un lato c’è la nostalgia verso tante cose, dall’altra l’invito a guardarsi intorno, per rendersi conto che tanto di quel che desideriamo è già tra di noi e ci parla, ad alta voce.
Mi ha colpito «Rotta orientale»: è una canzone-mondo piena di rimandi, che mescola tristezza e speranza, quasi solenne nel suo incedere...
Contiene molte storie, in effetti. Anche per questo ho voluto con me un’ ospite speciale, Daniela Pes (cantatutrice e polistrumentista sarda che nel 2023, con «Spira», ha vinto il Premio Tenco per la miglior opera prima, ndr). Il titolo, «Rotta orientale» l’ho scelto pensando ai siriani in fuga, a tutte quelle persone che attraversano il Mediterraneo in cerca di un futuro, a coloro che sono annegati cercando una vita migliore. È un inno all’amore e al coraggio, in un mondo che spesso è incapace di osservare e di cogliere la sofferenza altrui.
L’atmosfera del disco è perlopiù intima e gli arrangiamenti essenziali, con l’eccezione di «Aparthate», che è un’escursione nel rock progressivo. In omaggio alla sua storia?
Ho provato un amore forte per il prog e continuo a pensare che, per alcuni anni, sia stata la musica più bella del mondo. Racconta l’inizio della mia carriera; per questo, talvolta, ritorna nelle mie composizioni. È una forma di gratitudine che le rivolgo. Ahimè, a un certo punto, si è suicidata per eccesso di note.
In «Nove vite e dieci blues» raccontava come De Andrè le suggerisse: «Quando non sai cosa aggiungere, togli» e «ogni cosa non necessaria, è superflua». L’essenzialità è un punto di approdo?
Le note hanno un peso, come le parole: bisogna trattarle con rispetto, usandole quando ne vale la pena, e togliendole quando non servono. L’insegnamento di Fabrizio mi è stato prezioso, venivo da un altro tipo di esperienza. Quando stavamo ultimando «Creuza de mä», gli dissi: «Adesso chiamiamo i musicisti, proviamo questo, aggiungiamo quello...». E lui replicò: «No, no... tu sei matto! Il disco è questo, non c’è niente da aggiungere». Si è messo tra me e il disco e mi ha impedito di rovinarlo: ero ancora figlio del “suonare tanto”, di matrice prog, mentre Fabrizio mi ricordava che «quanto basta è perfetto!».

Attraverso il documentario «Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco» si è mosso su un terreno che forse le è meno congeniale. Come si è trovato?
Ho accettato di farlo, ma ero preoccupato: sentirsi osservato da vicino, sapere che quello che dici finisce sotto la lente d’ingrandimento, innesca tutte le paure del mondo. Visto il primo montato mi sono tranquillizzato. Cristiana (la regista Mainardi, ndr) aveva capito, benissimo, cosa fare. Ancora una volta, lavorare con gente brava rende tutto più facile.
Qual è il bilancio artistico di quest’ultimo periodo?
Non posso che essere felice. Ho pubblicato un disco in cui mi riconosco molto, ho dei bravi compagni di viaggio. E, poi, la certezza che non si finisce mai di imparare: conoscere continua ad essere un’esperienza irrinunciabile.



