Mauro Pagani: «Anche a 80 anni non ho perso la voglia di fare musica»

Un irregolare della musica, sempre in cerca di un posto diverso. Di un nuovo sguardo. Una farfalla che non si posa mai (come lo definisce la sua compagna, Silvia Posa), incapace di farsi incasellare. Di diventare prigioniero di qualcosa.
Mauro Pagani è un uomo difficile da raccontare in poche (o tante) righe. L’artista nato a Chiari il 5 febbraio del 1946, ha attraversato con un talento schivo e multiforme alcune delle stagioni più rigogliose della musica italiana. Stagioni che sono raccontate in un film, «Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco» che rappresenta la summa di un percorso umano e musicale che non conosce sosta.
Mauro Pagani, giovedì spegne 80 candeline. È banale chiederlo ma come si sente?
«Mi sento grato. Felice per tutto quello che ho avuto e realizzato. Posso ancora fare musica e sto lavorando a nuove idee. Forse non posso dire di aver realizzato al 100 per cento i miei sogni. Ma ne ho sentito il profumo».
Per celebrare questi 80 anni è stato realizzato un film, che prova a sintetizzare il suo percorso musicale. Che effetto le ha fatto veder raccontata la sua storia?
«Di certo mi ha commosso tutto l’affetto ricevuto, è una cosa che mette di buon umore. Nello stesso tempo, ho provato del sincero imbarazzo. Sono un musicista, non un attore, mi è quindi difficile mettermi davanti alla macchina da presa. Cristiana (Mainardi, regista del film, ndr) ha fatto un lavoro incredibile... Posso dirti che durante la lavorazione non sono mancati coccole e affetto, il che non è scontato che accada».
In effetti non era facile racchiudere in un film un percorso musicale così ricco come il suo...
«Scherzando Cristiana un giorno mi ha detto "Ma quante cose hai fatto?"Guardandomi indietro, forse troppe».
Torniamo un attimo indietro nel tempo. Dopo le prime esperienze e i primi complessi, come si diceva allora, trovò con i Quelli, poi diventati Premiata Forneria Marconi, un successo incredibile. Cosa le è rimasto di quegli anni?
Riascoltando i nostri dischi devo dire che non eravamo affatto male. Con il progressive rock, che poi si è - diciamo - suicidato per eccesso di note, abbiamo rivoluzionato una scena musicale che veniva essenzialmente dal rock e dal blues. Abbiamo aperto alla classica, al jazz, fondendo tutti questi linguaggi. Il rock è stato un cataclisma non solo musicale, ma anche sociale. Come accadde negli anni ’50, in America, dove emerse l’urgenza del "voglio tutto e subito", spirito incarnato al meglio da Elvis. Che, tra l’altro, aveva radici gitane».
Con la Pfm il successo fu immediato e internazionale. Cosa ricorda di quel periodo?
Ci siamo conosciuti al momento giusto e siamo riusciti a far coesistere i nostri talenti. Poi le cose sono diventate complesse. I primi segnali sono arrivati con i tour americani, dove vivevo in un mondo a me estraneo. Suonare ogni sera gli stessi pezzi per gente che non conosci in città tutte uguali. Mangiare lo stesso cibo, vedere i medesimi panorami. Impensabile non diventare, quantomeno, un po’ paranoico. Comunque l’avventura con la Pfm mi ha dato un grande senso di libertà: ci sentivamo artisticamente senza vincoli ed ebbri di ciò che brillava intorno a noi. L’unica pretesa, condivisibile, da parte delle case discografiche era che dovevamo essere davvero bravi».

Finita quell’avventura il suo percorso musicale ha incrociato quello di Fabrizio De André. Cosa ricorda del vostro primo incontro, risalente al 1970, quando i Quelli lo supportarono in studio per il disco «La Buona Novella»?
«Ricordo innanzitutto che registrammo non in uno studio, ma negli spazi di una parrocchia. Fabrizio era timido, entrò in sala quasi sciabattando. Mi piacque subito perché capii che era uno che si guardava in giro e focalizzava l’attenzione sulle cose veramente importanti da vedere».
L’acme della vostra collaborazione è di certo «Creuza de mä», esempio straordinario di world music cantata, idea apparentemente folle, in dialetto genovese.
«Anche in questo caso le cose accaddero al momento giusto. Fabrizio portava con sé le reminiscenze francesi dei suoi primi lavori e l’influenza di Bob Dylan per gli album di fine anni ’70. Io venivo da un lungo lavoro di ricerca sulle sonorità mediterranee. Quando decidemmo di muoverci in quella direzione, ero pronto. Ne venne fuori un lavoro di cui ancora oggi sono orgoglioso. Fabrizio si sentiva libero come non mai. Da allora cambiò anche il suo modo di cantare».
Veniamo alla musica odierna. Lei, oltre ad essere un autore e un musicista, è anche un produttore. C’è qualcosa che le piace della scena attuale?
«Mentre stiamo parlando sono sicuro che qualcuno nel mondo sta scrivendo una canzone bellissima. Il problema è come fare ad ascoltarla. Oggi c’è una produzione esagerata, la musica è diventata merce da piazzare. In questo modo è difficile trovare proposte interessanti. Ma non dispero. Artisti bravi ce ne sono, serve solo la pazienza di cercarli».
In mezzo a tutta questa superproduzione ci sono ancora dei gruppi storici che propongono lo stesso repertorio di quaranta, a volta cinquanta e più anni fa. Lei che è sempre stato proiettato al nuovo come vede questa tendenza?
«È una questione complessa da affrontare. Dopo tanti anni che sei sulla scena, gran parte della gente che viene ai tuoi concerti "esige" che tu faccia certi brani. La verità è che ormai un certo repertorio andrebbe considerato come musica classica, da eseguire così come era stato scritto originariamente».
Infatti certi fan diventano quasi isterici se gli artisti modificano troppo le canzoni.
«Penso che molti di loro associno quelle canzoni a momenti felici o significativi della propria vita. Mi è capitato spesso che me lo dicessero: le ho sempre trovate delle bellissime testimonianze di affetto».
Lei però continua a cercare percorsi nuovi. Sta lavorando a qualcosa di particolare in questo momento?
«Sono concentrato su nuove idee e su un nuovo disco, di cui però è presto per parlare. Spero di poterlo fare al più presto».
Esiste un album che invidia a qualche altro artista, che avrebbe voluto incidere lei?
«Mi è dispiaciuto non essere nell’equipaggio di "Anime Salve" (disco che De André realizzò a quattro mani con Ivano Fossati e pubblicato nel 1996, ndr). Ivano ha fatto certamente un lavoro egregio, al quale mi sarebbe piaciuto dare un mio contributo. Chissà cosa avremmo combinato di bello tutti e tre».
C’è un concetto che lei ha sempre espresso, e lo si vede anche in una sua intervista di tanti anni fa in cui diceva di non sentirsi davvero un bravo musicista. Arrivato a 80 anni, ha cambiato idea?
«Dico di no. Avrei voluto essere un bravo musicista per davvero. Vabbè, ci proverò in una prossima vita».
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