C’è una regia bresciana dietro lo spettacolo teatrale «L’anno che verrà», incentrato sulla produzione musicale di Lucio Dalla, che è stato presentato lunedì a Milano e che da dicembre sarà sui palcoscenici italiani. Il regista è infatti Manuel Renga, bresciano classe 1984, che si è basato sulla drammaturgia e sul testo concepiti da Emanuele Aldrovandi (a partire da un’idea di Marcello Corvino), oltre che sulle coreografie di Michele Merola, mentre tra i protagonisti figura il cantautore Pierdavide Carone.
Lo spettacolo debutterà l’11 e 12 dicembre 2026 al Teatro Comunale di Ferrara, con tappe successive a Reggio Emilia (18, 19 e 20 dicembre), Ravenna, (22 e 23 dicembre), Piacenza (16 gennaio 2027), Modena (30 gennaio), Parma (6 e 7 marzo), Lucca (12 marzo), Bologna (10, 11 e 12 settembre) e Rimini (9 ottobre 2027).
Abbiamo approfondito il discorso con Renga, che è anche docente all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia e alla Civica Scuola Paolo Grassi di Milano.

Manuel, sgomberiamo il campo dagli equivoci: «L’anno che verrà», che prende il titolo da una meravigliosa canzone di Lucio Dalla, non è una biografia, sebbene il ruolo dell’artista vada ben oltre la semplice suggestione…
È così: si tratta di un’opera pop, non di una biografia. Non racconta la vita del grande Lucio, ma attinge a piene mani dalla sua creatività musicale e traduce in scena il grande affresco umano che le sue canzoni compongono. Insomma, Dalla è un po’ il «custode dei sogni» dei personaggi, colui che è in grado di leggere chiaramente le paure, i desideri e le delusioni dell’umanità e trasformarle in situazioni musicali popolari, dirette, emozionanti. Lo spettacolo vuol essere un viaggio onirico, dove i personaggi sono l’incarnazione di quei sogni, di quelle paure e speranze; racconti di vita che si intrecciano sulle note musicali, alla vigilia di Capodanno, in un hotel sul mare dove si incrociano le vicende di alcuni viaggiatori, come per esempio una coppia in fuga, che rimanda ad «Anna e Marco», accolti da un enigmatico portiere.
Nella sua carriera ha curato allestimenti lirici, e vari spettacoli di prosa. Quest’opera esce un po’ dai suoi canoni?
Fino a un certo punto, perché con questo stesso gruppo di lavoro, in primis Aldrovandi con cui collaboro da anni, avevo già sconfinato nel rock con «The Wall», opera pop dedicata al disco epocale dei Pink Floyd. Il lavoro su Dalla nasce sulla falsariga di quello.
Almeno per ora non vedremo «L’anno che verrà» a Brescia. Perché?
Perché l’opera è stata fortemente voluta dai teatri e fondazioni dell’Emilia Romagna, che, credo per la prima volta in assoluto, si sono riuniti per una produzione congiunta. Dunque, per forza di cose, la priorità è loro. Ma spero che prima o poi possa approdare anche nella mia città.
Si divide tra regie teatrali e insegnamento. Riesce a conciliarli senza problemi?
Riesco a conciliare le due attività perché hanno tempistiche diverse. Non saprei rinunciare a una o all’altra, anche perché l’attività creativa e l’insegnamento si alimentano a vicenda, l’una è la linfa vitale dell’altra. Vedere crescere passione e conoscenza nei giovani, poi, è qualcosa che mi rende felice.



