Cultura

«L’opera meno nota consente più creatività, ma va rispettata la storia»

Enrico Raggi
Il regista bresciano Manuel Renga alle prese con «Il furioso dell’isola di San Domingo» e «Alzira», che inaugura la prossima stagione del Festival Verdi di Parma
Il regista bresciano Manuel Renga - Foto Giovanni Pippo
Il regista bresciano Manuel Renga - Foto Giovanni Pippo
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Ci sono artisti che arrivano al cuore attraverso la forza, l’affondo, il dérapage vertiginoso della visione. Ce ne sono altri che vi giungono poiché la loro è una bellezza immediata, genuina, talmente pura da nasconderne il segreto, quasi avesse per insegna il motto «ars est celare artem». Il bresciano Manuel Renga, coordinatore del corso di regia della Civica scuola Paolo Grassi di Milano, appartiene alla seconda categoria: capacità di sintesi, scavo drammatico nell’umanità dei protagonisti, un palcoscenico pieno di vita dove il necessario non lascia mai il posto al fungibile, all’accessorio, al casuale.

Ha appena allestito il verdiano «Macbeth» al Regio di Parma e «Il furioso all’isola di San Domingo» al Festival Donizetti di Bergamo (la terza replica si tiene oggi); in settembre è stato alla Royal Opera House di Muscat (Oman) per un stage operistico; è di qualche giorno fa la notizia che la sua regia inaugura la prossima stagione del Festival Verdi di Parma con «Alzira»; a partire da febbraio va in scena il suo «Rigoletto» per Opera Domani; nell’estate 2026 apre il Festival di Ravello con una versione itinerante dell’Orfeo di Monteverdi riletto da Luciano Berio.

Come si trova a lavorare con titoli d’infrequente ascolto?

«L’approccio è sempre lo stesso si tratti di opere celeberrime o di rarità. Per la mia lunga consuetudine con il teatro di prosa, considero irrinunciabile il rispetto del testo, del libretto, della musica, di ogni matrice originaria. L’Alzira, ambientata nel Perù della metà del XVI secolo durante le conquiste spagnole, mi suscita sentimenti di libertà creativa perché le opere meno conosciute non debbono confrontarsi con stereotipi o cliché; la fonte da cui proviene, Voltaire, è di enorme valore. Tutto ciò si traduce in un potenziamento dell’energia creativa dei protagonisti, cantanti, musicisti, regista, direttore. Alzira ci parla d’un mondo lontano, eppure a noi prossimo: storia di guerra e resistenza, incontro di popoli e culture, scontro fra doveri e affetti, intreccio di destini interconnessi. Ci insegna che nessun uomo è un’isola».

Come va presentata l’opera lirica ai più giovani?

«Si pensa erroneamente che sia lontana dai loro interessi, invece agli spettacoli di Opera Domani ho sempre visto sale piene, facce sorridenti, divertimento, stupore, emozione, partecipazione, festa. Certo, occorre trovare le forme giuste di fruizione, adatte all’età cui ci si riferisce, la chiave d’accesso. In Rigoletto racconto il mistero del teatro. Storie meravigliose e pericolose prendono vita con un semplice gioco di luci, come una lucciola illumina il buio. Anni ’20 del ‘900, la Compagnia itinerante del Duca presenta Rigoletto ogni sera, tra gioie e dolori, vendette e perdoni, fino all’inevitabile incontro con la morte. Siamo catapultati in un nuovo mondo, dove tutto è finto ma nulla è falso. Ogni replica è atto di creazione e sacrificio: la finzione diventa realtà, il teatro si conferma arte eterna. Sul palco, macchine del vento e della pioggia, fondali dipinti; in platea, maschere, bastoni da stregone, spade. I giovani diventano attori, non solo spettatori. E rinasce la magia».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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