Kings of Convenience, archi e armonie conquistano il Vittoriale

Nel concerto sold-out a Gardone Riviera il duo chitarristico norvegese ha optato in buona parte per arrangiamenti più ariosi
Enrico Danesi
Il concerto dei Kings of Convenience al Vittoriale
Fotogallery
5 foto
Il concerto dei Kings of Convenience al Vittoriale

I «re della convenienza» superano la prova degli archi e dell’inusuale abbondanza. Il nome d’arte dei norvegesi Kings of Convenience, protagonisti in un Vittoriale da overbooking, fotografa infatti una necessità degli albori (formazione e abito sonoro ridotti ai minimi termini), che poi è diventata vincente marchio di fabbrica. Ma in questo tour, e quindi anche nella data bresciana di Gardone Riviera, il duo chitarristico formato da Erlend Øye ed Eirik Glambek Bøe ha optato in buona parte per arrangiamenti più ariosi, facendosi raggiungere sul palco – a fasi alterne – da tre collaboratori votati agli archi (violino, contrabbasso, violoncello).

Il concerto

Cominciano in due con un primo blocco da quattro composizioni, che prende il via con la sincerità spiazzante di «My Ship Isn’t Pretty», seguita dallo scetticismo filosofico di «Love Is No Big Truth», per poi rivolgersi alla platea: «Veramente grati di essere qui, in questo posto meraviglioso – dice Eirik in inglese – e visto che è notte di luna piena vi proponiamo una canzone che si intitola proprio così».

È uno scherzo, perché non ce l’hanno in repertorio un pezzo con quel titolo…tanto che attaccano una più prosaica «Cayman Islands». Quindi Erlend, in buon italiano (d’altronde dal 2012 vive a Siracusa per lunghi periodi dell’anno), annuncia: «Ora una canzone dal disco nuovo…In realtà ha cinque anni, ma per noi è come nuova, ed è sicuramente forte». Ed ecco che fa dunque capolino «Rocky Trail», assecondando in pieno il mood delle due voci che si rincorrono, si sovrappongono, si alternano.

Stile semplice e personale

L’idea di fondo è quella di suonare cose che fanno raramente, tanto che con gli archi si palesano pure la malinconia di «The Weight of My Words» e la struggente melodia di «Summer on the Westhill», che fa capire (come pure «Fugitive» e, più avanti, «Homesick», eseguita a luci spente) quanto il paragone con Simon & Garfunkel non sia campato per aria.

Più in generale, si conferma la ricetta semplice e al contempo molto personale dei Kings of Convenience, un indie-pop che nacque in antitesi al chiassoso pop di matrice british che imperava a cavallo del millennio, puntando sull’acustico, su melodie soffici e intime, intrecci vocali alternati con un cantato più lineare, armonizzazioni leggiadre.

Il pubblico (geograficamente molto vario, come si evince da un rapido sondaggio improvvisato in loco dagli stessi musicisti) apprezza, accompagnando i sussurri di Erlend ed Eirik o accendendosi con le pagine più note, da «Mrs Cold» a «Misread», a «I’d Rather Dance With You». Non manca invero qualche brano più mosso, come «Stay Out of Trouble» (che chiedono non per caso di seguire in piedi) o «Catholic Country», ma il sound è perlopiù una carezza che acquieta e ipnotizza, che ti avvolge e inesorabilmente ti conquista. Con smisurata dolcezza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Buongiorno Brescia

La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...