È un concerto dedicato alla memoria di Stella Mutti, diciannovenne di Nuvolento che venne investita, mentre era in moto con il fidanzato, da un automobilista poi risultato ampiamente positivo all’alcol test), proprio mentre rientrava da un concerto di Ernia alla Festa di Radio Onda d’Urto. Abbracciato da oltre 4mila spettatori, il performer multietnico milanese (aka Matteo Professione: miscela di geni svizzeri, tedeschi, istriani e montenegrini) sfodera un live in linea con la proposta di «conscious rap» (rap aperto a contenuti sociali) con i quali si è imposto a partire dal 2017, dopo qualche anno di gavetta senza particolari riscontri.
Quello che risalta nel suo concerto è, in fondo, quello che lui stesso esplicita in una canzone del 2020 come «Vivo», che sembra essere un inno generazionale dei sopravvissuti, e che nel live a Festa Radio di stasera arriva quale seconda proposta in scaletta. Una canzone della resistenza personale, del non arrendersi mai, che infatti argomenta: «M'hanno sparato in faccia e sono ancora vivo/Mi hanno strappato il cuore e sono ancora vivo/Mi hanno cambiato il nome e sono ancora vivo».
Rap classico ma con sorprese
Classe 1993, Ernia (nomignolo che gli deriva da una compagna di scuola e gli è rimasto appiccicato con il suo consenso) propone un rap di maniera classica sul piano dei testi e del cantato, ma – come ormai capita sempre più frequentemente in Italia, per fortuna – può contare su una band con i fiocchi alle spalle, con le note che sono in prevalenza suonate da strumenti reali e non campionate; cosa che ormai fa la differenza, in positivo, dopo la sbronza da synth compulsivo di qualche anno fa.
La scaletta
Ascoltando brani come «Gotham», «Da denuncia» e «Perché» (canzone che si interroga sul motivo per cui «ci dividiamo in classi») si ha l’impressione di un rap corroborante, chi si emancipa da certe cupezze iniziali (ammesse dallo stesso artista) e guarda ad orizzonti più solari. Poi si palesa anche Rkomi, a sorpresa, per cantare «Acqua calda e limone» e «10 ragazze» (dove la cifra distingue il pezzo recente dal classico battistiano) e la platea entusiasta si accende come ancora non aveva fatto fino ad ora. Tra «Lewandoski» e «Fellini», «Parafulmini» e «Berlino», «Per te» e «Grato», vanno in scena storie di (stra)ordinaria quotidianità, sorrette da un’attitudine avvolgente e condite da un tratto appassionato, mai troppo contundente né contrappositivo.
Vicende non urlate e forse non particolarmente originali, ma comunque coinvolgenti, piene di interrogativi e senza la fregola della risposta a tutti i costi, capaci di intercettare almeno tre generazioni (ventenni, trentenni, quarantenni), che sono poi quelle che popolano l’area sotto il palco principale. Disposte a una carezza hip hop che scatena applausi e urla di giubilo. Scusate se è poco, in un’epoca di (scontata) indifferenza.



